Tutte le vette in sei mesi: Nirmal Purja è il nuovo re degli ottomila

Mercoledì 30 Ottobre 2019 di Stefano Ardito
Tutte le vette in sei mesi: Nirmal Purja è il nuovo re degli ottomila

Dall’alba di ieri, l’alpinismo sulle vette più alte della Terra ha un nuovo re. Si chiama Nirmal Purja, è nato 38 anni fa in uno sperduto villaggio del Nepal, martedì mattina (ma in Italia era ancora notte fonda) ha raggiunto gli 8028 metri dello Shisha Pangma, l’unico dei 14 “ottomila” interamente in Tibet. Su quella cima, Nirmal ha raggiunto un record che sembra impossibile superare.

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L’obiettivo del suo “Project Possible 14x7” era di salire tutte le cime più alte dell’Himalaya e del Karakorum in sette mesi. Alla fine l’alpinista nepalese ha fatto ancora meglio, impiegando in tutto 189 giorni, poco più di sei mesi. Ricordiamo che l’altoatesino Reinhold Messner, il primo a completare la collezione degli “ottomila”, ha impiegato ben sedici anni, tra il 1970 e il 1986. Il polacco Jerzy Kukuczka, detentore del record precedente, ci ha messo 11 mesi e mezzo. Quest’anno la prima vetta toccata da Nirmal e dai suoi compagni di avventura è stata quella dell’Annapurna, 8091 metri, il 23 aprile. Un mese dopo, il 22 maggio, l’alpinista è salito e ridisceso in velocità dal versante nepalese dell’Everest, 8848 metri, il punto più alto della Terra. Mentre scendeva dalla cima, su un’aerea cresta di neve e ghiaccio, Nirmal Purja ha scattato una foto che ha fatto il giro del mondo, che è diventata virale sui social, e che mostra un impressionante ingorgo di alpinisti sotto al gradino roccioso dello Hillary Step. A causa della fine dell’ossigeno nelle bombole, alcune di quelle persone hanno perso la vita ad alta quota.

 

IL MONSONE
In primavera Nirmal Purja ha salito altre tre grandi vette del Nepal, in estate si è spostato in Pakistan dove ha raggiunto il Nanga Parbat e il K2. Quando il monsone ha lasciato l’Himalaya si è spostato nuovamente verso est, salendo l’uno dopo l’altro il Manaslu e il Cho Oyu. Due settimane fa, il ritardo nella concessione del permesso per lo Shisha Pangma da parte delle autorità della Repubblica Popolare Cinese è sembrato poter bloccare l’impresa. Poi l’autorizzazione è finalmente arrivata. «Missione compiuta! Nirmal e il suo team hanno raggiunto la vetta dello Shisha Pangma. I componenti della squadra sono Mingma Sherpa, Galjen Sherpa e Gesman Tamang» ha twittato l’alpinista dalla cima.

LE FORZE SPECIALI
Nella stessa ascensione, anche Mingma ha completato la sua collezione degli “ottomila”. Nirmal Purja, nato nel distretto di Myangdi, nel Nepal centrale, è cresciuto a Chitwan, nella parte più bassa e piatta del paese. Poi, per dieci anni, ha indossato la divisa dei militari di Sua Maestà Britannica, prima nei Gurkha (i reparti formati da nepalesi) e poi nello Special Boat Service, le forze speciali di Londra. Un’esperienza dura, formativa, che gli ha regalato una straordinaria capacità di ragionare sotto stress, e una condizione fisica straordinaria. Nirmal Purja ha scoperto l’alpinismo nel 2012, e un anno fa si è congedato in anticipo rinunciando a una liquidazione di oltre 500.000 euro. Per realizzare il suo “14x7 Project Possible” ha trovato come sponsor principale un’azienda britannica che produce orologi di lusso. Fino a oggi, forse proprio a causa dello sponsor, Nirmal Purja ha concesso solo rare interviste, e tutte ai media di lingua inglese.



LA VELOCITÀ
Lo stile da lui scelto, con utilizzo dei respiratori a ossigeno oltre i 7500 metri di quota e con spostamenti in elicottero tra un campo-base e l’altro, è stato più volte criticato dai puristi. Reinhold Messner, che a maggio si è fatto fotografare da quelle parti insieme a Nirmal Purja, non ha invece avanzato obiezioni. Recentemente, in un’intervista al New York Times, Nirmal Purja si è raccontato come lo «Usain Bolt degli 8000». In più occasioni, la velocità ad alta quota ha permesso a lui e ai suoi compagni di spedizione di soccorrere altri alpinisti in difficoltà. A maggio sul Kangchenjunga, la terza cima della Terra, per aiutare un alpinista e uno sherpa che non riuscivano a scendere verso il campo-base, Nims e un altro alpinista hanno ceduto loro bombole, respiratori e maschere a 8400 metri di quota. «Lasciare l’ossigeno a quell’altezza è fatale nel 99,99% dei casi - racconta oggi Nirmal Purja - io ce l’ho fatta a scendere, ma soltanto per un pelo». 

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