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Anna Pavignano: «L’Oscar a Massimo Troisi? È stato un attimo, una luce e ho pensato: glielo danno»

Venerdì 15 Luglio 2022 di Angelo Carotenuto
Anna Pavignano: «L’Oscar a Massimo Troisi? È stato un attimo, una luce e ho pensato: glielo danno»

Anna Pavignano dice che «la memoria è come un serbatoio» e che troppe informazioni costringono a selezionare. «Siamo spinti a una dimenticanza attiva». Ha pubblicato nove romanzi, l’ultimo si chiama La prima figlia, sul tema della maternità e della responsabilità. Ha firmato con Massimo Troisi le sceneggiature dei suoi film. Hanno fatto un tratto di strada da compagni di vita e della memoria di Troisi si trova custode involontaria, ora che su Facebook le segnalano foto nuove, filmati. Con Mario Martone lavora al documentario «Laggiù qualcuno mi ama». Un progetto arrivato poco tempo dopo una dichiarazione di Paolo Sorrentino, che ha indicato in Troisi il riferimento per «È stata la mano di Dio».

È stupita dalla presenza di Troisi in due artisti tanto lontani?
«Affatto. La commedia era uno dei tratti del suo cinema, non dico di superficie, perché la comicità è sempre profonda: fa passare concetti difficili in maniera accessibile, più di un saggio. Ma accanto a questa dimensione, c’erano riflessioni interessanti per qualsiasi movimento intellettuale e per persone molto diverse. Ho apprezzato le citazioni di Sorrentino: la sorella che non esce dal bagno, lo straordinario San Gennaro di Enzo Decaro. Massimo e Sorrentino non si sono conosciuti, ma credo che ammirerebbe molto la sua cura e la sua regia. Il mondo di Martone gli è forse più simile, nell’idea che una pianta possa mettere radici anche tra i marciapiedi. Tutt’e tre hanno quel profondo amore che nei napoletani suscita Napoli. Io, da torinese, non avevo mai riflettuto sul fatto che da una città si possa andar via pur amandola, per realizzare le cose che hai in testa. A partire da Eduardo. Tutti i napoletani a un certo punto si trovano davanti a un bivio: resto o vado?».
Qual è la sua prima immagine di Napoli?
«È San Giorgio a Cremano. Era il mondo privato di Massimo, le persone che lo rassicuravano nel suo ruolo di catalizzatore, in uno scambio intenso di allegrie e intelligenze. Era il fascino di una famiglia numerosa - figli, nipoti, sorelle - che io non avevo e che desideravo. La mia Napoli è fatta di persone, non di cose o luoghi. Come le risate del pubblico del Sancarluccio sentite dietro le quinte, risate vere, a teatro, senza i suggeritori della tv. Sono orgogliosa di questo mio lato napoletano, pur essendo molto legata a Torino e pur parlando con questa mia cadenza così piemontese. Sono orgogliosa di aver imparato a pensare in napoletano». 
Che cosa pensa in napoletano?
«Le battute. Quando devo far ridere, penso in napoletano. E poi traduco. Con Massimo si scriveva in dialetto. Ho imparato la struttura delle frasi, come le pensava lui. È la mia seconda lingua. C’è chi impara l’inglese, io ho imparato il napoletano. Forse perché non ho mai avuto un fidanzato inglese».
Il vostro era un cinema di valori borghesi?
«Credo che rappresentasse quel che eravamo. Due giovani interpreti dello spirito del tempo. Pensavamo fosse possibile cambiare la società partendo dal privato, dalle emozioni e dai sentimenti, prima che dalle istituzioni. Erano anni in cui si diceva: il personale è politico. Era uno slogan, aveva i suoi limiti, ma ne eravamo convinti. Un pezzo di politica iniziava da noi. Ci lavoravamo nei film e nelle vite personali. Ma nei film è più facile. Nelle vite si fanno pasticci».
Le Brigate Troisi hanno vinto?
«Hanno perso, ma va bene così. Pensavamo che i nostri film e i nostri discorsi sarebbero diventati vecchi, che un giorno lo spettatore avrebbe pensato: guarda come vivevano all’epoca la coppia e la gelosia. Invece nulla è risolto, c’è stata un’involuzione, un indurimento che si legge nelle cronache. Sta perfino tornando in discussione una conquista come la legge sull’aborto. Se i nostri film sono attuali, allora la società non è andata avanti così rapidamente come volevamo». 
Neppure il femminismo?
«Quando presento i miei libri, mi capita di incontrare ventenni molto agguerrite su certi temi. È una cosa bella, ma sono convinte di averli inventati loro. Considerano le generazioni precedenti come una massa di donne che non hanno lottato per niente. È un esempio di mancanza di memoria, la rimozione di questa grossa spallata data a suo tempo al ruolo femminile e ai cliché. È stato un mattone su cui costruire».
La scena di Ugo-Massimiliano in «Ricomincio da tre» era femminista?
«Lo era, ma voleva mostrare anche un momento di svolta e di crescita nel maschio italiano. Un uomo che accetta una paternità non chiara negli anni 70-80, è un uomo evoluto, consapevole che un figlio non è solo quello biologico. È l’accettazione della gelosia e della competitività. Quando inizia a discutere di Ugo o Massimiliano, ha accettato l’ipotesi. Casomai, a rivederla oggi, è lei la più sterotipata. Rivendica con una violenza anche eccessiva la pretesa che questo figlio vada accettato. E cerca di capire pure lui, poveraccio».
Cosa c’è di stereotipato nelle battaglie femminili di oggi?
«Niente. Tutto quello che sembra eccessivo, mi pare necessario per arrivare a un equilibrio. Quando rivendichi qualcosa e devi comunicarla in maniera breve e chiara, procedi per generalizzazioni. Devi tagliar fuori dei concetti, altri escono strillati, come le leggi che devono prevedere un confine. Si finisce per escludere un pezzo di realtà, ma le sfumature vengono per forza dopo. Quando un concetto generale è passato».
Sta parlando del #metoo?
«Prendiamo Woody Allen. Tutti lo amiamo, tutti abbiamo visto i suoi film. Entro certi limiti, anche io penso che l’artista debba prevalere sull’uomo. Però fare certi discorsi e porre certe questioni, anche sbagliate, anche esagerate, serve a far circolare dei concetti e a modificare un modo di pensare. Sono passaggi».
C’è qualcosa che trova insopportabile di Napoli?
«Le lentezze. Quando venivo con la mia amica Daniela, fidanzata all’epoca con Enzo Decaro, a un certo punto di una serata spuntava la frase: Allora, andiamo. Solo che succedeva sempre qualcosa che poi, alla fine, non si andava mai. È una cosa molto napoletana: ciao, ciao, andiamo, e invece si parla, e si sta ancora un po’ là. Ma è un’insofferenza affettuosa». 
Cosa le interessa raccontare oggi nei film e nei romanzi?
«I sentimenti più vasti, come il dolore e l’invidia. Mi interessa sezionare i comportamenti, approfondire le psicologie. Ho studiato senza laurearmi, ho seguito un percorso di analisi per interesse mio personale. Serve a scoprire delle cose di sé. Ho sviluppato questo approccio al pensiero». 
Cosa trova affascinante nell’invidia?
«È un sentimento poco dichiarato, di cui ci si vergogna. Credo sia molto più diffusa e frequente di quanto siamo disposti ad ammettere, probabilmente perché è demonizzata. Le dinamiche fra le persone hanno spesso questa molla nascosta, ma si fa fatica ad ammetterlo. Penso a Simenon che ne scrive in La mano oppure a quel pezzo di Guccini, “Antenòr”, dove c’è un tipo che lo minaccia per una donna rubata, e l’altro manco lo ricorda. Allora dice: quante volte per altri è vita quello che per noi è un minuto».
Mi dica solo se Troisi nel 1996 meritava l’Oscar.
«A Hollywood molti attori ci dissero di aver imparato cose dalla recitazione non americana di Massimo. Oggi vedo un’eredità di certi atteggiamenti e sguardi, come fossero stati assimilati nell’inconscio collettivo dell’attore. Se avesse avuto voglia, energia e tempo, avrebbe potuto fondare un’accademia come quella di Proietti. Ha insegnato gestualità e interpretazione attraverso i film. Per un tipo come lui è stato anche più comodo. C’è stato un attimo, quella notte, quando sullo schermo sono apparse le facce degli altri candidati, tutti grandissimi: Nicolas Cage, Richard Dreyfuss, Anthony Hopkins, Sean Penn - c’è stato un attimo, e una luce. Ho pensato: glielo danno. Poi Jessica Lange ha detto: Nicholas Cage. E pazienza».

Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 17:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA