Papa, un segnale politico da un messaggio pastorale

Giovedì 16 Novembre 2017 di ​Massimo Introvigne

Sono parole importanti quelle pronunciate da Papa Francesco intorno alla dibattuta questione del fine vita e dell’accanimento terapeutico. Parole importanti e impegnative, che però possono essere facilmente fraintese. Dai primi commenti emerge un duplice tentativo di forzare la posizione di Papa Francesco. La prima – tipiche al riguardo le dichiarazioni di Marco Cappato – consiste nel presentare il messaggio come un rovesciamento radicale e rivoluzionario della posizione della Chiesa, da sempre ostile all’eutanasia, che lo stesso Papa Francesco ha condannato in precedenti occasioni in termini altrettanto duri di quelli dei suoi predecessori, aggiungendo una critica di tipo sociale contro chi preferisce eliminare i poveri anziché curarli. Il Papa si preoccupa di chiarire che l’eutanasia «rimane sempre illecita» e che la sua posizione contro l’accanimento terapeutico è in continuità con un famoso discorso di Pio XII del 1957 e con documenti dell’epoca di Giovanni Paolo II. Nessun sostegno, dunque, al suicidio assistito previsto dalla legge belga o ai viaggi in Svizzera per beneficiare della permissiva legge locale sull’eutanasia.
La seconda forzatura delle parole di Papa Francesco è quella di alcuni «pompieri» cattolici autonominati che si sforzano di gettare acqua sul fuoco e di assicurare che nulla è cambiato tra Benedetto XVI e Papa Francesco.
Avrebbero certamente ragione se si limitassero a sostenere che non è cambiato il nucleo fondamentale della dottrina, e che l’eutanasia per la Chiesa rimane inaccettabile. Ma la Chiesa – specialmente la Chiesa di Papa Francesco – non comunica solo attraverso le enunciazioni dottrinali, ma anche attraverso le indicazioni pastorali, i toni e le sfumature. E qui chi dice che non è cambiato nulla ha torto, perché è cambiato il tono, e il tono per Papa Francesco è fondamentale. 
Da quando i progressi della medicina hanno reso possibili virtuosismi che si accaniscono a tenere in vita malati ormai chiaramente giunti al termine della loro vita terrena – cioè almeno dal discorso del 1957 di Pio XII che Francesco ha citato nel suo messaggio – il Magistero della Chiesa sul fine vita si presenta come un pendolo che oscilla fra condanna dell’accanimento terapeutico e condanna dell’eutanasia. Se Papi precedenti ponevano l’accento sulla condanna dell’eutanasia, Papa Francesco – pure senza negare quella condanna – insiste invece sui pericoli dell’accanimento terapeutico. Il riferimento alla “proporzionalità delle cure” ha certo un precedente nel 1980, ma qui per la prima volta diventa il criterio centrale che governa l’intero sistema del Magistero cattolico sulla fine della vita.

Il Papa non offre alcun sostegno a chi – per esempio nel dibattito del 2015 che ha portato il Parlamento inglese a respingere una proposta di legge sul «diritto di morire» – chiama strumentalmente «rinuncia all’accanimento terapeutico» quella che è invece semplicemente eutanasia. Ma neppure condivide le posizioni di una certa frangia cattolica più radicale, che liquida come eutanasia molte ipotesi in cui ci si astiene da «cure non proporzionali», che il Papa include invece nella categoria della rinuncia all’accanimento terapeutico. Il dibattito è arrivato anche al nostro Parlamento. Francesco non prende posizione a favore di, o contro, progetti di legge ma sembra prendere le distanze sia dai fautori dell’eutanasia alla svizzera o alla belga, sia da chi, in nome dell’opposizione all’eutanasia, rifiuta qualunque dialogo sul tema dell’accanimento terapeutico.

Ultimo aggiornamento: 17 Novembre, 22:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA