La politica ai tempi delle crisi internazionali

di Alessandro Campi
Domenica 3 Marzo 2024, 23:51 - Ultimo agg. 4 Marzo, 06:00
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Si dimentica così che quel che oggi indirizza le scelte politiche a ogni livello, facendo e disfacendo i governi, oltre a condizionare sempre più la vita dei cittadini, sono le questioni di politica estera.

Esattamente il terreno sul quale il governo presieduto da Giorgia Meloni è stato chiamato, sin dal primo giorno, a una difficilissima prova d’esame. In molti s’aspettavano una bocciatura dettata dall’inesperienza e da un pregresso ideologico nel segno di un certo autarchismo retorico, in realtà è proprio sul versante dei rapporti internazionali che sono venute le novità più interessanti (e in parte inattese) da parte dell’attuale destra al potere.

Per Giorgia Meloni l’attivismo su scala estera è stato, al tempo stesso, una scelta e una necessità. Da un lato, bisognava rimuovere pregiudizi e resistenze spesso alimentati nelle cancellerie straniere da network politico-giornalistici italiani d’impronta militante. È un obiettivo che la conoscenza diretta con capi di Stato e di governo, la loro frequentazione personale nel corso di summit e riunioni di lavoro, tende notoriamente a facilitare, fermo restando il formalismo protocollare che regola di necessità i rapporti tra Stati e l’attività degli organismi internazionali. Il culmine di questo percorso di accreditamento lo si sta avendo con l’attuale presidenza italiana del G7. Dall’altro, la cronaca politica degli ultimi due anni – tra nuovi conflitti armati ed emergenza climatica planetaria, crescita dei flussi migratori e instabilità politica di intere aree nel mondo – ha imposto a tutti i governi nazionali, incluso quello italiano, uno sguardo sempre più globale, orientato all’interdipendenza e alla costruzione di reti d’alleanza forti e vincolanti, a misura dei profondi cambiamenti negli equilibri geopolitici che nel frattempo si sono determinati.

Dal suo insediamento a Palazzo Chigi Giorgia Meloni ha dunque viaggiato moltissimo fuori i confini italiani. Assumendo posizioni e scelte, stringendo intese e relazioni, in una chiave che è stata definita pragmatica e continuista, non priva di un certo opportunismo, ma che sembra presentare, dopo un anno e mezzo, anche una sua relativa coerenza programmatica e valoriale.

Che non è solo, genericamente, la difesa in chiave ideologica dell’interesse nazionale, che per inciso non è una priorità della destra ma l’obiettivo vitale di ogni Stato, quanto la ricerca di un protagonismo diplomatico non privo di ambizioni a misura delle specificità storiche, culturali e geografiche dell’Italia (e delle sue reali possibilità e necessità). L’esempio tipico è il cosiddetto “Piano Mattei per l’Africa”, ancora oggi non dettagliato sul piano operativo, ma basato su un’intuizione strategica che non merita i sarcasmi e i toni liquidatori che gli sono stati riservati dopo il suo primo annuncio. L’idea di un Paese incistato nel cuore del Mediterraneo, che vantando storicamente buoni rapporti con i Paesi della sua sponda sud si propone come partner di questi ultimi (in nome dell’Europa e insieme a quest’ultima) su materie che vanno dall’approvvigionamento energetico alla gestione dei flussi migratori, nella convinzione altresì che solo lo sviluppo economico dell’Africa potrà favorirne la stabilità politica e un’auspicabile transizione verso la democrazia, in sé rappresenta un interessante progetto geopolitico, salvo vederne le declinazioni pratiche.

Quanto alla storica vocazione europeista dell’Italia, questione sulla quale c’erano i più diffusi (e in parte giustificati) timori, non si è prodotta alcuna tensione permanente tra Roma e Bruxelles, come da qualcuno preconizzato (e sperato). Lo dimostrano i rapporti cordiali tra Ursula von der Layen e Giorgia Meloni, certo condizionati da un certo reciproco opportunismo in vista dei risultati delle prossime elezioni europee, ma nel complesso frutto di una sintonia sincera.

Tra un’ortodossia europeista al limite del dogmatismo, che in passato per l’Italia ha significato mostrarsi spesso accondiscendente verso le decisioni dell’Unione, e una politica basata sulla necessaria cooperazione tra i Paesi dell’Unione, senza per questo rinunciare all’inevitabile competizione tra i medesimi quando le loro differenze di vedute e interessi lo richiede, la destra meloniana sembra avere scelto questa seconda strada, definibile euro-realismo, essendosi nel frattempo lasciata alle spalle la retorica anti-Bruxelles di quando era all’opposizione.

È un misto di realismo istituzionale e sovranismo soft quello che sembra orientare la gestione da parte di questo governo dei diversi dossier internazionali, a partire proprio da quelli riguardanti l’Europa. Per citare i più importanti, la scelta di condividere gli obiettivi europei in materia di contrasto al cambiamento climatico e transizione energetica, ma in una chiave che per l’Italia non può essere ideologica e dirigista e deve tenere conto dei costi sociali ed economici di certi processi. Oppure l’accettazione della soluzione di compromesso franco-tedesca sul nuovo Patto di Stabilità e Crescita in cambio di una maggiore flessibilità nei primi tre anni di applicazione delle nuove regole.

Un dialogo costante con la Commissione europea sull’attuazione del Pnnr ha invece portato all’approvazione delle modifiche proposte dal governo italiano e alla liquidazione di quattro rate di finanziamento per oltre 100 miliardi di euro. Mentre in materia di flussi migratori, non gestibili sul filo della propaganda muscolare e stante la difficoltà a trovare un accordo in Europa sulla distribuzione obbligatoria di migranti e richiedenti asilo, si è deciso di perseguire il rafforzamento delle frontiere esterne attraverso accordi di collaborazione con Paesi quali la Tunisia e l’Albania. Una soluzione vista con attenzione anche da altri Stati europei, salvo anche in questo caso valutarne la concreta attuazione nel prossimo futuro. Certo, permangono e vengono sempre enfatizzati i ricorrenti screzi con la Francia di Macron. Ma forse bisognerebbe chiedersi quanto questi screzi dipendano piuttosto da una anacronistica grandeur nazionalistica o da un’ambizione d’egemonia continentale, francese non italiana, che sono, esse sì, un vero pericolo per l’unità europea.

Su un terreno ben più tragico vanno poi ricordati, da un lato, la scelta euro-atlantista senza indugi dopo l’aggressione russa all’Ucraina, non scontata dopo gli ammiccamenti filo-putinisti che il centrodestra aveva operato negli anni passati. E dall’altro il convinto sostegno ad Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre, ma accompagnato da un forte richiamo al rispetto dei princìpi umanitari nella guerra contro Hamas e alla necessità di perseguire l’obiettivo politico dell’indipendenza palestinese secondo la formula “due popoli, due Stati”. Ma mettiamoci anche il modo senza traumi con cui è stato gestito il disimpegno nei confronti della Cina con il mancato rinnovo del patto sulla “via della Seta”. Lo si è accompagnato con iniziative diplomatiche e commerciali mirate a rafforzare la collaborazione tra i due Paesi, ma senza più l’ombra di legami politici per l’Italia innaturali e imbarazzanti. Se ne può concludere che se la destra italiana sta diventando una cosa diversa da ciò che è stata nel suo lungo (e talvolta) controverso passato molto dipende proprio dal posizionamento internazionale di Giorgia Meloni in quest’anno e mezzo a Palazzo Chigi. Una doppia buona notizia. Per la destra, va da sé, ma soprattutto per l’Italia.

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