Profughe, violenze nell’ombra:
mille drammi come per Sana

di Maria Pirro

Le bambine non hanno il tempo per crescere, le donne portano dentro i segni della violenza: dodicimila, arrivate sulle coste italiane attraversando il Mediterraneo, hanno già subito terribili aggressioni tra le mura di casa, stupri e mutilazioni genitali. Secondo l’ultimo rapporto Oim, otto su dieci entrano nel giro della tratta e sono costrette alla prostituzione forzata. «Frequente è anche la fuga da matrimoni combinati con uomini molto più anziani e bruti», certifica la responsabile dell’ambulatorio rosa al Policlinico Federico II, Elisabetta Riccardi, impegnata nel progetto “Mia” finanziato dal governo. «Uno dei primi modelli al via in questo ambito». Perché l’orrore non finisce con lo sbarco, mille drammi come quello di Sana continuano nell’ombra. 

«Altre immigrate sono costrette a partire», spiega la psicologa, «proprio per raggiungere il promesso sposo già in Italia o per ricongiungersi con il futuro marito». In due casi su cinque intraprendere il viaggio è di per sé una coercizione: voluta dalle stesse famiglie o da trafficanti di essere umani. Un tunnel, insomma, senza via di uscita. «La violenza viene spesso nascosta. Colpa della solitudine, colpa del grado di assoggettamento fisico e psicologico cui la quasi totalità di queste donne è abituata, ma anche del mancato accesso a servizi specialistici». Carenze che vuole colmare l’iniziativa promossa dall’ateneo partenopeo, l’associazione Kassandre, il Cidis (specializzato nel settore dell’immigrazione) e la Pmi consulting (che si occupa di percorsi lavorativi).

E il film “Cosa dirà la gente” di Iram Haq, premiato al Bif&st 2018, diventa un caso per riflettere sull’adolescenza divisa tra morale islamica e occidentale, il giorno dopo la verità su Sana Cheema, la 25enne pachistana, dall’età di 10 anni residente a Brescia, strangolata dal padre reo confesso nel suo Paese d’origine perché la ragazza si era opposta alle nozze da lui annunciate. Anche la storia proiettata sul grande schermo è ispirata alla realtà, quella vissuta in prima persona dalla regista: la protagonista, interpretata dall’attrice Maria Mozhdah, è una 16enne come Sana ha origini pachistane, ma abita in Norvergia. Ed è divisa tra le due culture: a casa osserva le regole della religione musulmana, con gli amici va in discoteca. Il suo calvario inizia quando il flirt con un coetaneo viene scoperto in famiglia.

«Può sembrare assurdo, ma si tratta di storie ordinarie», mille all’anno sono appunto i delitti d’onore secondo le statistiche. «Più spesso le aggressioni avvengono nel silenzio e sono coperte dall’indifferenza» ribadisce Salima Khan, 21enne dall’accento romano, per metà pachistana e per metà marocchina. Lei fa parte della compagnia teatrale “Matemù”, ieri sul palco dell’ex cinema di Forcella, a Napoli, per lo spettacolo #Loro nell’ambito dell’interscambio culturale tra “Cies” (di cui fa parte la sua associazione) e “Dedalus”, cooperativa che opera nel capoluogo. 

La onlus partenopea segue due pachistane inserite in un percorso protetto per sfuggire alle violenze domestiche. Non le uniche. Ci sono due case per le donne (anche italiane) gestite dall’associazione, una in città e l’altra in provincia, per denunciare senza paura. «È decisivo affrontare sul nascere queste situazioni», suggerisce Salima. «I conflitti più duri si riscontrano tra immigrati di prima e seconda generazione», spiega Wael Habib, 36enne mediatore culturale di origine egiziana, che aggiunge: «Nel sud del mio paese esiste ancora la pratica dei matrimoni decisi dai genitori. Molto dipende dall’ambiente». Come anche in questa sponda del Mediterraneo: «Cresciuti qui, i figli, che non si sentono né completamente occidentali né del tutto legati alle loro radici, litigano con i genitori per i vestiti, gli orari di rientro, i soldi, i fidanzati e anche gli amici maschi. Per gli adulti è difficile comprendere le loro ragioni: più si va avanti con l’età, più è complesso integrarsi. A volte addirittura impossibile». Carlotta Petruccioli, 27 enne, amica di Salima, nella stessa compagnia teatrale, avverte: «È decisivo studiare la lingua per avere un contatto tra culture differenti».


Foto di scena dello spettacolo #Loro - di Chiara Postiglione

Marika Visconti, presidente di Less, associazione che segue 250 immigrati in Campania, spiega che i bimbi e gli adolescenti fanno da «ponte» «anche per intercettare il disagio. Ma anche la comunità che accoglie queste persone deve essere preparata e aperta. Un esempio è lavoro promosso da un gruppo di volontari a Procida, dove dopo le polemiche e la richiesta di referendum, sono da qualche settimana alloggiate 36 persone, le prime famiglie tra i richiedenti asilo seguiti dalla onlus». Del resto, il fenomeno sembra destinato ad aumentare, in particolare nella Campania, seconda regione nella penisola per numero di richiedenti asilo, l’8 per cento. Da un anno e mezzo le donne rappresentano il 15 per cento del totale, il 3 per cento in più. In maggioranza nigeriane (quasi la metà); a seguire le eritree, le invoriane, le siriane. Tutte tra i 18 e i 25 anni, arrivate da sole, incinte o con figli molto piccoli e, «soprattutto le asiatiche, in compagnia del marito o sedicente tale». E poi ci sono le altre costrette a tornare nel paese delle proprie radici, descritte nel film e dalla vicenda di Sana. La ragazza allontanata così da chi avrebbe voluto sposare, un connazionale come lei cresciuto ed educato in Italia, al posto dell’uomo scelto dal padre. Il genitore Mustafa Ghulam con l’altro figlio ora rischia la pena di morte per l’omicidio.

Dina Giuseppetti è responsabile del centro interculturale Matemù  e fa notare che l’arte, dalla musica al teatro alla danza, praticate all’Esquilino gratuitamente, «possono essere il modo per favorire l’incontro tra reatà diverse e una riflessione sui problemi che rispecchiano la nostra società». Uno su tutti, avvisa Elena De Filippo, presidente di Dedalus, è il riconoscimento della parità di genere, e «non solo per le donne pakistane come Sana. Basti pensare ai femminicidi». Fatima Ouazri, 29enne, laureata in studi arabo-islamici all’Orientale, si dice fortunata: «I miei hanno consentito il trasferimento a Napoli per l’Università e non mi hanno mai forzata nelle scelte. Ma le limitazioni nella libertà tra le donne musulmane e quelle partenopee, ma più in generale nel Mezzogiorno, non sono poi tanto diverse. Due culture sono così lontane e così vicine».
Giovedì 10 Maggio 2018, 22:50 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 21:40
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