Putin e la fiammella di Cechov

di Fabrizio Coscia
Giovedì 29 Febbraio 2024, 23:30 - Ultimo agg. 1 Marzo, 06:00
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«Dopo aver finito “Nel burrone”,ho fissato il muro con sguardo assente per cinque minuti. Chi avrebbe mai detto che lo scrittore russo più oscuro fosse Čechov?».

Questa frase si trova nell’ultima lettera di Aleksej Navalny scritta dalla Siberia, prima della morte, all’amico Parkhomenko, esule in Grecia. «Avevi ragione tu - continua l’oppositore di Putin - bisogna leggere i classici. Nonli conosciamo!». Devo a Navalnyi -i cuifunerali si svolgeranno oggi aMosca -la rilettura, e la riscoperta, di un racconto di Cechov che avevo deltutto dimenticato.

Navalnyi nella lettera lo definisce un «Cargo-200 proveniente dalla fine dell’Ottocento», alludendo alla cupa disperazione che lo pervade.Il riferimento è infatti alnome dei voli degli aerei militari sovietici che trasportavano in patria dall’Afghanistan le salme dei soldati cadutiin guerra, all’interno di bare di zinco (200 era il numero massimo di casse e quindi di salme trasportabili dall’aereo per viaggio). Ne parla Svjatlana Aleksievič inquell’incredibile libro che è «Ragazzi di zinco». Eppure nel buio di questo racconto di Cechov è possibile scorgere una misteriosa luce finale, che invita a riflettere sull’abisso delmale, certo, ma anche su quello, altrettanto enigmatico, del bene, raffigurato daLipa, la giovane protagonista, una ragazza del paese vicino allo squallido villaggio dove è ambientato il racconto, situato in una conca, in cui regnano la corruzione e l’imbroglio. Una ragazza povera, mite, ingenua, che viene scelta da dare in sposa alfiglio di un ricco commerciante dailoschi affari, Grigòrij. Nella sua nuova famiglia,mentre il marito è processato come falsario e condannato in Siberia per sei anni ai lavoriforzati,Lipa conosce il cuore ditenebra dell’odio, incarnato dalla cognata Aksìn’ja, che pernon perdere l’eredità del suoceronon esiterà a uccidere ilfiglioletto diLipa, versandogli addosso dell’acqua bollente.

Lipa è stordita dal dolore: cacciata dalla cognata,tra l’indifferenza ditutti, abbandonata anche dal suocero che pure si era affezionato alnipotino, è costretta a tornare a casa dalla madre. Passano tre anni. Aksìn’ja è diventata la padrona incontrastata della casa e dei beni, il suocero è ridotto a vagare per le strade vivendo di carità. Una sera una piccola folla di bracciantitorna dal lavoro chiacchierando e cantando.

Ci sono tra loro anche Lipa e lamadre.Il corteo incrocia per strada il vecchio Grigòrij.Tutti, allora, ammutoliscono, imbarazzati, solo Lipa rompe il silenzio, inchinandosi e salutando il vecchio. Grigòrij si commuove. Ed è impossibile non commuoverci insieme a lui quando «Lipa cavò dalfagottino della madre un pezzo di pasticcio e glielo porse». Quel pezzo ditorta offerto al suocero, che chiude il racconto, è un gesto diuna meravigliosa, straziante bellezza.  E non posso fare a meno di pensarci, mentre Putin minaccia l’Occidente di scatenare una guerra nucleare, minaccia cioè «l’annientamento della civiltà», e fa incarcerare il dissidente Oleg Orlov, premio Nobel per la Pace, e fa arrestare il direttore di «Novaya Gazeta», Sergei Sokolov, e mentre a Gaza i venti di guerra non si placano accoglie una delegazione di Hamas aMosca,tanto permettere in chiaro qual è l’asse che si va configurando. Un asse a cui l’Europa e l’Occidente democratico tutto devono opporre una resistenza incondizionata e ferma, lottando contro ogni sopruso e sostenendo senza indecisioni e ambiguità tutte le vittime di ogni sopruso.

Viviamo sull’orlo di un abisso enon ce ne accorgiamo,forse. Che cosa possiamo imparare, allora, da un racconto di Cechov? Può l’arte evitare che ilmondo vada in rovina? Lipa, la protagonista di «Nel burrone», è comeuna santa laica, capace di attraversare il male senza farsene piegare, né contaminare, ma custodendo una luce che, sola, può permetterci di proseguire nella vita come in un atto difede. Bisogna credere in questa luce.Mi domando perché Navalny non l’abbia scorta alla fine del racconto, restando a fissare ilmuro per cinque minuti, sopraffatto dall’oscurità. Era, forse,troppo consapevole del male che stava trionfando? Del male che lo stava spezzando?

Eppure, senza volerlo, nella sua lettera Navalny ci ha lasciato questo testamento, che è come una candela accesa alle intemperie di un mondo sempre più fragile, sempre più esposto alla catastrofe. Mi piace pensare, allora, che un po’ di quella luce -la luce di Lipa -lo abbia accompagnato almenonegli ultimi istanti. Per il resto, sta a noi alimentare la fiammella della candela e proteggerla dalla tempesta, sta a noi fare in modo che la parola dei grandi scrittori del passato possa ancora guidarci. Èproprio vero: bisogna leggere i classici, perché non li conosciamo

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