Quali tutele per garantire l’informazione di qualità

di Ruben Razzante
Martedì 20 Febbraio 2024, 23:30 - Ultimo agg. 21 Febbraio, 06:00
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Gli eventi epocali che l’attualità degli ultimi anni ci ha consegnato, dalla pandemia alle guerre, sono stati vissuti con maturità, consapevolezza e spirito critico e resteranno nella memoria delle nuove generazioni anche perché sono stati raccontati quotidianamente da professionisti dell’informazione attenti a descriverne i dettagli essenziali e a coglierne e trasmetterne il significato e la portata. I giornalisti, nel rispetto delle norme sul diritto di cronaca e dei loro principi deontologici, sono andati alla ricerca della verità sostanziale dei fatti.

E ciò attraverso la verifica delle fonti e l’applicazione del principio del contraddittorio, al fine di soddisfare il diritto dell’opinione pubblica ad un’informazione attendibile, equilibrata e documentata. Imedia professionali hanno dunque consolidato il loro profilo di canali affidabili di narrazione e di approfondimento, mahanno dovuto fronteggiare le frequenti e spericolate incursioni sul terreno dell’informazione di qualità da parte dei colossi del web,inclini ad amplificare per scopi puramente commerciali la diffusione di quei contenuti senza riconoscerne ai produttori (giornalisti ed editori) il valore economico.

In realtà la contaminazione tra prodotti editorialitradizionali e canali web e social avrebbe dovuto arricchire i circuiti mediatici, stimolando l’integrazionemultimediale e favorendo una valorizzazione della qualità dellenotizie e un costruttivo indirizzamento del pubblico verso contenuti veritieri, certificati e prodotti professionalmente.Tale meccanismo virtuoso, però, si è attivato solo in parte, perché la collaborazione tra i principali attori della filiera di produzione e distribuzione dei resoconti giornalistici ha funzionato a singhiozzo e solo in alcuni ambiti, senza permeare in maniera uniforme il mondo dei media. Le grandi piattaforme guardano infatti al patrimonio dell’informazione professionale come “greppia” libera e disponibile cui attingere contenutiinformativi per rimpinguare le proprie casse ma senza apprezzarne sufficientemente l’importanza per la formazione dell’opinione pubblica e il consolidamento dei sistemi democratici. Cinque annifa l’Unione europea, altermine di un braccio diferro tra giganti della Rete e Stati nazionali, aveva varato una Direttiva sul copyright, poi recepita in Italia due anni dopo, che prevede l’obbligo per Google,Meta e le altre grandi piattaforme online di assicurare un adeguato sostegno economico ai produttori di contenuti creativi, anche di natura giornalistica, attraverso la sottoscrizione di contratti fondati sul riconoscimento del copyright su quei prodotti editoriali.

Per quantificare l’entità del contributo dovuto dai colossi tecnologici agli editori e dunque per applicare nel concreto quelle disposizioni normative l’Autorità per le garanzienelle comunicazioni(Agcom) ha emanatoun Regolamento che stabilisce i parametri per la determinazione dell’equo compenso per le opere giornalistiche indicizzate sulle piattaforme online.

Il recente verdetto delTar del Lazio, che ha sospeso l'attuazione di quel Regolamento accogliendo il ricorso diMeta, getta un'ombra di profonda incertezza sul futuro dell'informazione professionale in Italia.IlTar ha rimandato iltesto del Regolamento allaCorte di Giustizia dell'Unione europea, il che potrebbe avere conseguenze significative sull'ecosistema mediale del nostro Paese.Infatti, prima che laCorte si pronunci ci vorrà almenoun anno, senon di più, e questa paralisi applicativa dellenuovenorme in materia di copyright rischia di produrre una “desertificazione” del panorama editoriale, con la probabile chiusura di molte testate giornalistiche.

L’Agcomnon si arrende e ha deciso di ricorrere al Consiglio di Stato. Nel frattempo, però, le trattative tra editori e colossi del web sono entrate in una fase di stallo e la sostenibilità economica della produzione e diffusione dell’informazione di qualità è messa a dura prova. Senza intaccare l’autonomia del potere giudiziario ed evitando di entrare a gamba tesa nel libero esercizio della libertà d’impresa, il Governo potrebbe tuttavia immaginareun intervento di moral suasion sui player più importanti dell’ambiente digitale per sensibilizzarli sulla necessità di assicurare risorse a chi ogni giorno garantisce ai cittadiniil diritto all’informazione di pubblica utilità. In ballo c’è la tutela del pluralismo dell’informazione, che è il sale della democrazia.

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