Nel piano Recovery ​risparmiateci le mancette

Venerdì 18 Settembre 2020 di Sergio Beraldo
Il governo ha reso pubbliche le «Linee guida» per la definizione del «Piano nazionale di ripresa e resilienza». Si tratta, nella sostanza, dei criteri cui l’esecutivo vincola l’utilizzo delle risorse del Recovery fund: 191.4 miliardi di euro, di cui due terzi costituiti da prestiti, un terzo da contributi a fondo perduto. La lettura del documento che espone le «Linee guida» fa esultare di gioia il cuore nel petto. Sia per l’ottimismo che dal documento traspare circa la possibilità che a breve vivremo in un Paese moderno, più verde ed inclusivo, sia perché il Governo, molto opportunamente, richiama le riforme ancillari che dovranno accompagnare l’utilizzo dei fondi europei; valga, a titolo di esempio, il riferimento alla necessaria riforma del processo penale e civile. 

Ma il documento solletica amorevolmente la soddisfazione del lettore per almeno tre motivi ulteriori, più di dettaglio. Innanzitutto perché pone il problema della crescita economica, e dunque, inevitabilmente, il problema della dinamica della produttività del lavoro. Proprio di recente il governatore della Banca d’Italia ha enfatizzato, con termini diversi ma congruenti, una certa qual cinesizzazione del sistema economico italiano.

Con imprenditori molto interessati al contenimento dei costi e poco o punto attratti dall’idea di investire in qualità del lavoro. In secondo luogo perché lascia intendere che l’utilizzo delle risorse deve avvenire all’interno di un quadro programmatico di finanza pubblica che sia responsabile, e che pertanto assicuri la sostenibilità del debito. In terzo luogo perché fissa alcuni criteri condivisibili per la valutazione dei progetti che si avvantaggeranno delle risorse dell’Unione. 

Il cuore spera, la testa dubita. Soprattutto dopo aver letto l’elenco dei progetti che le Amministrazioni hanno proposto. Ad esempio, il Ministro per la pubblica amministrazione ha proposto un progetto su «Comunicazione e Sentiment Analysis», in cui, per la modica cifra di cinquecento milioni di euro in cinque anni, fornirà un’analisi, anzi, addirittura una mappatura, dell’attuale grado di soddisfazione del cittadino nei confronti della pubblica amministrazione: «Dalla reputation al sentiment». Un progetto che pare si accordi bene con un altro (289 milioni) dal titolo «Equità e coesione. Equilibrio e gaiezza». Sentimenti e gaiezza che esplodono irresistibili quando a dare i soldi ci pensa l’Unione. 

Per dieci milioni di euro, invece, il Dipartimento per le pari opportunità intende introdurre un sistema di certificazione sulla parità di genere nelle organizzazioni produttive. Dimenticando che il problema della parità di genere è prevalentemente culturale e non si lenisce con le certificazioni, che aggiungono altra burocrazia, ipocrisia e corruzione. 

A proposito di burocrazia, sempre il Ministro per la Pubblica Amministrazione suggerisce di realizzare un’agenda per la semplificazione condivisa tra Stato, regioni ed autonomie locali, con l’indispensabile coinvolgimento degli stakeholder (abusata parolina magica), e che si spingerà, per 310 milioni di euro in tre anni, a «valutare l’effettiva necessità di autorizzazioni, nulla osta e permessi». 

Si aggiunga Sogei SPA, società di Information Technology controllata del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che per 55 milioni di euro in due anni, si propone nientemeno che l’obiettivo di «introdurre importanti cambiamenti nelle modalità di lavorare dei dipendenti adottando un paradigma che si basa su metodologie e organizzazione del lavoro innovative supportate da tecnologie avanzate». Altro non è specificato. Magari si scoprirà poi che si trattava di un progetto cruciale per l’avvenire dell’Italia intera. Al momento però appare aria fritta aromatizzata alla menta. 

Il lettore interessato può continuare autonomamente la lettura del documento, ottenendo, dall’esercizio di tale attività, un certo gaudio interiore, una certa qual leggerezza di spirito; ma anche la consapevolezza della notevole capacità di resistenza che il Governo dovrà esibire per contenere l’assalto inevitabile alla diligenza, abbarbicandosi ai criteri che ha coraggiosamente annunciato. La Commissione Europa, d’altronde, sorveglia guardinga. La qual cosa suffraga una certa serenità, al momento. Anche se, devo dire, spiace dirlo. 
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