Referendum, come ​riparare i danni

Venerdì 2 Ottobre 2020 di Giuseppe Tesauro
Il referendum confermativo sulla legge costituzionale che ha ridotto drasticamente il numero dei parlamentari ha ottenuto un successo di sicuro largo e secondo le aspettative, anche se quel 30% di «no» rappresenta un segnale non poco significativo della presenza di un elettorato che non è gratuitamente anticasta, che ritiene che il vero risparmio vada cercato altrove e di gran lunga più consistente, che non ha nostalgie di alcun genere.

In breve, ragiona ancora con la testa e con la consapevolezza dei problemi al di là di quel chiacchiericcio mediatico ed elettorale che il tema certamente non meritava. 

Ora, ridotti i parlamentari, che cosa cambia nel sistema? Meglio, che fare per risistemare il processo decisionale del Parlamento? Possibilmente in meglio e non in peggio? È certo più facile immaginare il peggio, in particolare per alcuni partiti, la cui tentazione di riportare alla responsabilità dei vertici la scelta esclusiva dei candidati e quindi dei parlamentari è già oggi alquanto evidente, così come quella di evitare la permanenza nel partito di quelli che non seguono più le direttive, come se già fosse in vigore il vincolo di mandato. 

Migliorare il sistema è certo più complicato, se non altro per le abitudini che si sono radicate nel tempo, cioè la prassi. Riterrei già positivo prefigurare pochi cambiamenti ma di sicuro rilievo e che possono certamente giovare. Del resto è significativo che anche i suppporters del «sì», consapevoli dei difetti che la semplice riduzione avrebbe comportato, ritenevano di procedere con alcuni rimedi essenziali. Senza voler fare un ordine di precedenza, direi che l’elemento più importante da correggere è il bicameralismo perfetto: Camera e Senato non possono essere un doppione, possono, devono avere ruoli diversi e sia pure in coerenza con l’esito del processo legislativo. In un Paese caratterizzato da una significativa articolazione regionale e locale, l’idea più semplice è di attribuire la materia regionale al Senato, sì da dare maggiore rilevanza alla materia e alle stesse Regioni, con pari dignità Costituzionale e magari eliminando gli statuti speciali e ogni tentazione di autonomia differenziata con chiara valenza antimeridionalista, alle regioni del nord e a quelle del sud, trasparentemente sacrificate secondo le peggiori abitudini. L’effetto sarebbe duplice: una maggiore rilevanza delle regioni ed nello stesso tempo una minore vischiosità nel processo legislativo complessivamente considerato. Per la Camera, è ora necessario ridurre i collegi che la riduzione dei parlamentari, e con essa del rapporto tra ciascun membro e il numero di abitanti, riportando i tassi di rappresentatività ad un livello accettabile, almeno pari a quello prefigurato in Costituzione nel testo originale: un deputato per 80.000 abitanti.

Altro elemento fondamentale da realizzare è il sistema elettorale. La riduzione lineare dei parlamentari ha di fatto prodotto una riduzione della presenza di forze politiche minori, che invece contribuiscono ad arricchire la dialettica politica e a far valere una maggiore varietà di interessi. E ciò sia sotto il profilo politico, che rispetto alla dimensione territoriale. La rappresentatività andrebbe preservata, in entrambe le dimensioni, né lo contraddice la circostanza che il parlare rappresenta la nazione nel suo insieme, dato in gran parte teorico. Ciò comporta almeno il dubbio che un sistema maggioritario possa adeguatamente soddisfare tali esigenze. È del resto la ragione per la quale già in Assemblea Costituente si profilò implicitamente la preferenza per il sistema proporzionale. A numeri ridotti, mi pare che si riduca ancor più la rappresentatività e che pertanto il sistema proporzionale sia preferibile.

Sarebbe anche da considerare con favore il sistema uninominale. Simpatizzo, ad esempio, con l’ipotesi del professor Azzariti, di collegi piccoli, anche se sarà complicato ottenere l’esito voluto. Del pari sono perfettamente d’accordo sull’eliminazione delle liste o listine bloccate, che tradiscono la libertà di scelta dell’elettore. Infine andrebbero disciplinate rigorosamente molte prassi coltivate negli anni, sempre criticate ma puntualmente praticate: mi riferisco agli abusi del voto di fiducia e del decreto-legge, delle decisioni salvo intese, degli emendamenti definiti spiritosamente maxi, delle leggi di bilancio con due articoli e duemila commi, insomma tutte pratiche certamente non proprio degne di un Parlamento. Al riguardo s’impone una revisione dei regolamenti parlamentari, in modo da rendere effettivamente più semplice ed efficace il percorso legislativo. Così sarebbe utile una riflessione sugli elettori del Presidente della Repubblica.

In breve, non è poco, non bastano poche settimane e non è un lavoro da dilettanti.


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