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Flop annunciato, i partiti si sfilano sui referendum. I cinque quesiti

Lunedì 6 Giugno 2022 di Lorenzo Calò
Flop annunciato, i partiti si sfilano sui referendum. I cinque quesiti

Porte girevoli per i magistrati in politica, responsabilità dei giudici, manette facili: i nodi della giustizia da anni attendono una soluzione ma - riforma Cartabia a parte - neppure in questo tormentato tornante di fine Legislatura vedranno una soluzione. Niente: i referendum in programma domenica prossima continuano a essere semisconosciuti, semiclandestini, semideserti. Il 12 giugno oltre alle Comunali che coinvolgeranno 974 amministrazioni, si potranno votare anche i cinque referendum sulla giustizia promossi da Radicali e Lega. Alcuni referendum hanno a che fare con l’ordinamento giudiziario, due riguardano invece questioni in materia di processo penale e di contrasto della corruzione. Il Carroccio e i Radicali avevano proposto un sesto referendum sulla responsabilità civile dei magistrati che però, come quelli sull’eutanasia attiva e sulla cannabis, è stato giudicato inammissibile dalla Corte Costituzionale. Gli elettori saranno chiamati a esprimersi su referendum abrogativi, che chiedono cioè l’abrogazione totale o parziale di leggi approvate dal Parlamento e già esistenti. Affinché i referendum siano considerati validi deve essere raggiunto il quorum. Insomma, se i votanti non supereranno il 50% degli iscritti alle liste elettorali la consultazione non avrà alcun effetto. Se il 50% dei votanti sarà superato, la legge oggetto di ognuno dei 5 referendum sarà modificata qualora i relativi “sì” otterranno la maggioranza. Ma il punto è proprio questo: la partecipazione alla consultazione elettorale a oggi si preannuncia più che modesta. Non solo: la maggior parte degli italiani, anche quelli che risiedono nei comuni interessati dalla tornata amministrativa, o non sa del voto referendario o non ha un’idea precisa su come esprimersi o non ha ancora deciso se vi parteciperà oppure no.


Vero è che gli stessi partiti che hanno proposto la consultazione, a cominciare dalla Lega, si stanno progressivamente disimpegnando nella campagna di sensibilizzazione: visto il rischio flop, nessuna delle forze politiche oggi intende esporsi per poi doversi “intestare” la responsabilità di una sconfitta. Lo ha capito persino il leader della Lega Matteo Salvini sebbene ancora ieri abbia sottolineato come «è in atto una campagna contro il referendum. Non c’è dibattito in televisione, sui giornali, in Parlamento. Questo perché ci sono persone che vogliono decidere le elezioni e chi deve governare con delle sentenze. Attacchiamo questo muro di silenzio: anche i giudici, come tutti i lavoratori, se sbagliano devono pagare, perché sbagliano sulla pelle dei cittadini»». Dal Pd il leader Enrico Letta fa spallucce e ha ribadito che le riforme vanno fatte in Parlamento e che, in ogni caso, non c’è univocità di intenti sulle cinque proposte referendarie. Come a sottolineare: se pure andiamo a votare, non saranno tutti sì. Chi sta alla finestra come Giorgia Meloni «gongola» perché comunque vada, l’appeal del suo principale competitor interno al centrodestra, vale a dire Salvini, uscirà comunque appannato. E d’altra parte in questo frangente persino due forze politiche molto sensibili al tema giustizia, strutturalmente garantiste e contrarie allo «strapotere dei giudici» come la berlusconiana Forza Italia e la renziana Italia viva stanno mantenendo un profilo basso. Dunque, polemiche a parte, vedremo domenica prossima se tutto sommato si avvererà la profezia della Littizzetto, con gli italiani che più che ai seggi, andranno al mare.

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Scheda rossa

Incandidabilità dei condannati

Il quesito referendario chiede di abrogare la legge che prevede la decadenza da cariche pubbliche di persone che hanno commesso reati. Il decreto sospende amministratori locali e regionali per sentenze non definitive talvolta smentite nei gradi successivi. Se vincesse il sì sarebbe eliminata anche la decadenza e l’incandidabilità per le sentenze definitive. 

Scheda arancione

Limiti agli arresti cautelari 

In caso di vittoria del “sì” al referendum verrebbe limitato l’uso della custodia cautelare, ovvero degli arresti prima di una sentenza. L’articolo 274 del Codice di procedura penale elenca i casi che giustificano l’applicazione delle misure cautelari: pericolo di fuga, inquinamento delle prove, o quando sussiste il concreto pericolo che la persona ripeta lo stesso delitto. Il sì cancellerebbe il caso di reiterazione del reato.

Scheda gialla

Funzioni separate tra pm e giudici

Il quesito riguarda l’abrogazione delle numerose disposizioni che fondano o danno la possibilità ai magistrati di passare dalla funzione requirente alla funzione giudicante, o viceversa. Se vincesse il “sì” si separerebbero nettamente le due funzioni: a inizio carriera il magistrato dovrebbe optare o per la funzione giudicante o per quella requirente, senza più passare dall’una all’altra. 

Scheda grigia

Sistemi di valutazione dei singoli magistrati

Il quesito chiede che la componente laica del Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e dei Consigli giudiziari non sia esclusa dalle discussioni e dalle valutazioni sulla professionalità dei magistrati. Oggi i magistrati vengono valutati dal Csm ogni quattro anni sulla base di pareri motivati, ma non vincolanti. Solo i magistrati, dunque, hanno oggi il compito di giudicare gli altri magistrati.

Scheda verde

Elezioni del Csm e peso delle correnti

Questo referendum riguarda l’elezione dei cosiddetti membri togati del Csm, cioè quelli che sono a loro volta magistrati, e mira a ridimensionare o cancellare le correnti in seno alla magistratura. Se oggi un magistrato si vuole proporre come membro del Csm deve raccogliere almeno 25 firme di altri magistrati. Se vincesse il “sì” decadrebbe l’obbligo della raccolta firme.

Ultimo aggiornamento: 16:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA