Riaperto il caso Giaccio. «Fu ucciso per errore»

di Leandro Del Gaudio

Non ci sono più dubbi ormai sulla sua fine, sulle ragioni della sua scomparsa, sulle responsabilità di un omicidio per anni tinto di giallo. Il caso si riapre, grazie a un pentito di camorra, uno bene informato, che ha messo sul piatto elementi concreti, con una ricostruzione che risulta attendibile, vera: parliamo del caso di Giulio Giaccio, il ragazzo di 26 anni scomparso nell’ormai lontano 30 luglio del 2000. Di lui - del ragazzo per bene, del lavoratore di famiglia onesta - ha parlato il pentito del clan Polverino Roberto Perrone, un collaboratore di giustizia ritenuto attendibile, grazie ad accuse che hanno superato il vaglio dei giudici. C’è un pentito, c’è una storia al vaglio dei pm, una versione che consente di riaprire il caso della scomparsa di Giaccio, a partire da una conferma: il 26enne di Pianura fu vittima di un errore di persona, ormai è chiaro. Fu ucciso al posto di un’altra persona, complice una svista dello specchettista (l’uomo che in genere segnala ai killer la sagoma della persona da eliminare) o di qualche informatore della camorra.

Trama atroce, quella raccontata dal pentito Roberto Perrone, che riconduce l’attenzione al potere criminale esercitato dal clan Polverino su un’ampia fetta di area metropolitana. Non solo su fatti di droga o racket, ma anche su vicende di natura privata, magari su faccende sentimentali. Ed è così che, stando alla ricostruzione offerta oggi dal pentito, nella storia di Giulio Giaccio entra un motivo passionale. Qualcuno dei vertici del clan Polverino volle punire tutti coloro che avessero flirtato con la sua donna, stilando una sorta di lista nera. Una vendetta per gelosia, nella quale finisce un incolpevole ragazzo di 26 anni. Un lavoro da manuale, un ragazzo senza grilli per la testa, completamente estraneo a vicende torbide con donne sposate o imparentate con pregiudicati. Fu sequestrato da finti poliziotti e ucciso, ovviamente al posto di un altro, subì un processo sommario. Confermata anche l’ultima scena, quella in cui Giulio Giaccio viene raggiunto da killer che si presentano sotto false vesti. Erano in quattro, si atteggiarono a poliziotti al cospetto del ragazzo, nei pressi di una chiesa a Pianura. Poche parole, perentorie e taglienti: «Sei tu Salvatore?», la domanda iniziale. «Sei tu Salvatore? Allora seguici», insisterono. Inutile ogni forma di reazione: «No, non mi chiamo Salvatore, sono Giulio, brigadiere, lo giuro, non sono io l’uomo che cercate». Furono le ultime parole di una vittima estranea al crimine, ma anche a relazioni pericolose con donne legate a boss o gregari del sistema criminale. Non è difficile immaginare il resto della trama. Giulio venne ucciso, il suo corpo non è stato mai più ritrovato. Oggi, grazie alle prime dichiarazioni messe a verbale dal collaboratore di giustizia, gli inquirenti puntano a chiudere il cerchio attorno alla scomparsa del lavoratore. Inchiesta condotta dal pool anticamorra del procuratore aggiunto Filippo Beatrice, dal pm della Dda Marco Del Gaudio, la storia viene calata in uno dei periodi ad alta tensione criminale nell’area occidentale di Napoli. Pochi giorni dopo la morte di Giulio Giaccio, altri due ragazzi vennero uccisi per errore, questa volta nell’ambito della guerra tra i Lago e i Marfella per la conquista del racket del calcestruzzo: si chiamavano Luigi Sequino e Paolo Castaldi - Gigi e Paolo - uccisi la notte di San Lorenzo mentre progettavano una vacanza in Grecia. Erano in auto, sotto la casa di un boss, furono scambiati per sentinelle del clan. Storie simili, una galleria di orrori in cui oggi entra la storia raccontata dal pentito Perrone. Una versione destinata a riaprire un caso, non fosse altro per restituire dignità al silenzioso dolore di un nucleo familiare per molti anni dimenticato.

Domenica 8 Marzo 2015, 23:43 - Ultimo aggiornamento: 08-03-2015 23:44
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