La controcamorra più forte dei boss

Sabato 14 Settembre 2019 di Isaia Sales
Non fa piacere ai clan di camorra (o ai singoli criminali che ne fanno parte o a chi vive di traffici illegali) che in alcuni quartieri di Napoli si tolgano i bambini e i ragazzi dalle strade, li si tuteli per un tratto della giornata dal degrado, li si tenga lontani dallo spettacolo quotidiano della violenza.

E li si renda, così, parte consapevole del mondo con lo studio, con il gioco, con lo sport, con la musica e con il teatro. Queste varie attività svolte da diverse associazioni di volontariato, come la Fondazione Figli di Maria del rione Villa di San Giovanni a Teduccio contro la cui sede sono stati sparati alcuni colpi di pistola, sono così normalmente rivoluzionarie, così sobriamente e conseguentemente “controcamorristiche” da suscitare non certo la riconoscenza e l’ammirazione dei clan, perché sottrae loro futuri sbandati da reclutare, perché toglie fascinazione ai criminali, perché dimostra che si può fare qualcosa (e più di qualcosa) anche nei quartieri più lontani geograficamente e politicamente dal centro della città.

E sono persone generose come Anna Riccardi, l’anima della Fondazione, a dimostrare che non tutto è perduto, e che già non darsi per sconfitti e impotenti è di per sé un’azione eversiva (rispetto ai luoghi) e di forte pedagogia civile. A volte l’ostilità verso queste forze di resistenza sociale si limita a un’invettiva, a una bestemmia, a una minaccia o a una risata di scherno, qualche volta invece si spinge più in là come a voler dimostrare (con la forza) che non sono compatibili sullo stesso territorio coloro che operano per la distruzione permanente della speranza e coloro che provano ad alimentarla anche in condizioni disperate. In particolare rendono credibile un dato che può sembrare banale: nella vita ci si può affermare anche coltivando il talento individuale non violento. Perché dove domina la violenza (quella individuale, quella collettiva, quella sull’ambiente circostante, quella sulle regole di civiltà minima) può prodursi un’inversione spaventosa dei valori: la mitezza può essere scambiata per vigliaccheria, la bontà può essere avvertita come una forma di estraneità, addirittura di inferiorità.

I non violenti, i rispettosi delle regole, possono percepirsi loro stessi come “diversi”, disadattati, come esclusi. Quasi ad introitare che i bravi ragazzi alla fine arrivano ultimi nella competizione della vita. Essere miti o deboli senza essere vittime (come scriveva Cesare Cases), cercare la felicità e la realizzazione personale senza sopraffare, migliorarsi senza pensare che solo il denaro te lo consente: capovolgere, insomma, la visione valoriale dei camorristi è l’opera culturale più necessaria che ci sia. Non si è qualcuno solo entrando a far parte della banda rionale e poi del clan; non si è qualcuno solo se si è capaci di fare abbassare lo sguardo agli altri che ti incrociano, ma se si studia, se si coltiva l’attitudine allo sport, alla musica, al teatro e a quant’altro sia alternativo al successo con le armi, alla prepotenza e al sopruso.

Ed è quanto apprendono i 150 ragazzi che ogni giorno frequentano le numerose attività della Fondazione Figli di Maria. Una specie di controinformazione permanente in uno dei quartieri più difficili della periferia napoletana. Le bande e i clan non possono essere l’unica scuola di vita, non possono essere lasciati da soli a formare l’identità dei giovanissimi dei quartieri, in assenza o nella consunzione di forme diverse di identità, di appartenenza e di controllo sociale, a partire dal proprio nucleo familiare. Nei quartieri della periferia di Napoli, più che all’interno dei rioni dello stesso centro storico, si sono formate due società parallele: una che prova a studiare, cercare lavoro, divertirsi, impegnarsi e congiungersi alle aspirazioni dei coetanei di ogni parte del mondo, l’altra analfabeta o semi analfabeta, senza scuola, senza cultura, violenta, parassitaria, prepotente, arrogante che per sopravvivere ed emergere parassita e prova a sottomettere l’altra società. E la lotta tra questi due mondi è quotidiana e sempre più spesso non si risolve a favore della prima.

I colpi di pistola alla sede della Fondazione Figli di Maria possono anche avere il significato di uno specifico avvertimento nei confronti di chi ha avuto il coraggio di chiedere alle istituzioni pubbliche di non abbandonare il quartiere di fronte ad episodi scioccanti, come l’uccisione di un malavitoso davanti ai bambini che entravano a scuola. Era partito proprio dalla sede della Fondazione l’appello al presidente della repubblica di non abbandonare il quartiere in balia delle bande di camorra e degli spacciatori di droga. E Sergio Mattarella aveva risposto all’invito andando di persona sul luogo ad incoraggiare l’azione di denuncia e di esempio alternativo svolto. Nel quartiere nei mesi scorsi c’era stato un grande sequestro di cocaina ed è possibile che negli ambienti dello spaccio si sia diffusa la voce che a richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine sul quartiere abbia contribuito anche l’attivismo della Fondazione. E se anche tutte queste spiegazioni (troppo razionali) dovessero essere smentite dalle indagini, e se dovesse venire fuori che alla base dell’atto violento c’è qualcosa che razionale non è, tutto quello che abbiamo scritto non perde affatto di senso. Il valore della azioni della Fondazione resta e si espande anche se a sparare è stato un balordo.

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