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Davos e il mondo meno global

Mercoledì 25 Maggio 2022 di Giorgio La Malfa

Negli ultimi trent’anni la marcia della globalizzazione sembrava inarrestabile. La fine dell’Unione Sovietica aveva fatto sperare che una Russia convertita al capitalismo potesse integrarsi rapidamente con le economie dei Paesi dell’Europa occidentale. Questo avrebbe consentito a noi di accedere alle materie prime e alle immense riserve energetiche della Russia e a loro di ottenere tecnologie e beni di consumo finale per sollevare un Paese la cui popolazione ha tuttora uno standard di vita inaccettabile.

A sua volta, più o meno a partire dagli stessi anni, la Cina sembrava scegliere il capitalismo: si industrializzava si integrava nell’economia mondiale per poi entrare nel 2001 nel Wto. Le grandi imprese multinazionali americane trovavano nella Cina un fornitore affidabile e relativamente poco costoso per le loro produzioni, anche quelle tecnologicamente più sofisticate. 

Nel nuovo clima politico ed economico di questi decenni si andava affermando l’idea che ormai il mondo costituisse un unico grande mercato in cui era irrilevante sapere da dove venivano le materie prime e i prodotti energetici, dove erano prodotti i beni intermedi, dove si assemblavano i prodotti finiti. Contava solo il fatto che nei luoghi prescelti prevalevano i prezzi più bassi. Trovava applicazione nel mondo la teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo e si poteva sognare che le commerce doux - il commercio dolce - di cui avevano parlato gli illuministi avrebbe ingentilito gli animi e contribuito a far scomparire le guerre.

Uno dei luoghi simbolo nei quali si celebravano i fasti della globalizzazione era la cittadina di Davos in Svizzera, non più celebre perchè Thomas Mann vi aveva ambientato la Montagna Magica ma perché annualmente vi affluivano uomini di governo, banchieri centrali e non, industriali e finanzieri per presentare le loro idee sul mondo, ma soprattutto per imbastire affari. Il rétentissement delle riunioni di Davos era massimo, anche se si trattava essenzialmente di un’occasione di business. 

Ieri a Davos è cominciata la conferenza di quest’anno, ma quasi non ce ne siamo accorti, leggendo i giornali di oggi. La ragione è semplice. La crisi del processo di globalizzazione è sotto gli occhi di tutti. Più che celebrarne i fasti, si deve recitare il de profundis. Prima c’è stata la pandemia che ha rivelato la fragilità delle catene di valore troppo lunghe - una espressione pomposa per dire che i prodotti finiti che richiedono di assemblare parti componenti prodotte in varie parti del mondo comportano il rischio di intoppi e di costi inaspettati maggiori dei benefici che si attendono dalla dispersione della produzione nelle parti più svariate del mondo. 

Poi è venuta la guerra in Ucraina che ha fatto il resto. Il sogno dell’integrazione fra la Russia e l’Europa occidentale è svanito, anche se la Germania, soprattutto, fa fatica a piegarsi a questo dato della realtà. Ma anche nel mondo politico italiano si ripete l’argomento che non possiamo fare pagare ai nostri concittadini un prezzo troppo alto.. Ci si rende conto che il problema non è trovare gli approvvigionamenti meno costosi ma di evitare i condizionamenti politici. Basta fermarsi a considerare le contraddizioni dell’Europa occidentale che fornisce armi all’Ucraina ma non usa l’arma più efficace per difendere il buon diritto di quel paese che sarebbe costituita dalla rinuncia a importare il gas da quella Russia. Invece di impedire alla Russia di fare la guerra si aiuta la Russia a farla e l’Ucraina a difendersi. Ha ragione Vlodomir Zelensky a dire che la risposta dell’Europa occidentale è debole e contraddittoria.

In questo quadro, non c’è da sorprendersi se Davos abbia poco da dire. 

Le vicende di questo periodo con la Russia e con la Cina dicono che bisogna tornare a pensare nuovamente nei termini in cui si ragionava fra la fine della seconda guerra e la caduta del Muro di Berlino, dove non era Davos il luogo deputato alla discussione , ma le riunioni della Trilaterale nelle quali si incontravano gli europei, gli americani e i giapponesi o il Bildeberg nel quale si confrontavano soprattutto Europa e Stati uniti. Ed a livello politico dove era la Nato la sede principale di collegamento fra la politica e l’economia. 

E’ evidente che vi sono differenze molto profonde fra Europa e Stati Uniti ed anche all’interno dell’Europa. Si tratta di questioni politicamente gravi e difficili. Vanno discusse in sedi interne al mondo delle democrazie. Sapendo che un mondo diviso in blocchi produce meno ed a costi maggiori e che dunque bisogna ragionare su come ripartire i costi ed evitare che pesino sulle parti più deboli: la lezione di questi ultimi anni è che la politica viene prima dell’economia e la condiziona pesantemente. In Europa stentiamo ancora prenderne atto. 

Ultimo aggiornamento: 06:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA