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Salviamo gli scrittori dalla fatwa del silenzio

Domenica 21 Agosto 2022 di Giuseppe Montesano

Siamo sicuri che questo sia l’anno 2022 del progresso e della modernità? Chiediamolo agli astronomi e ai calendari: è davvero il 2022? Secondo i calcoli sembra proprio il 2022? Sarà vero, ma è strano: perché oggi uno scrittore libero vive con un occhio che quasi di certo perderà, con ferite profonde sul corpo e uno sfregio enorme nell’anima. E chiediamo: è proprio oggi, nella cosmopolita New York e nell’epoca senza frontiere, che lo scrittore Salman Rushdie è stato accoltellato quasi a morte da un fondamentalista mentre parlava di libri?

Da trent’anni Rushdie vive sotto una fatwa, una condanna a morte perenne, per aver scritto Versetti satanici: un romanzo, una storia fatta di parole. Forse vuol dire che se nel 2022 scrivi o dici parole che non piacciono a qualcuno, come fece la Politovskaija in Russia, puoi essere ucciso o uccisa da mentecatti che credono di essere i fedeli di una presunta verità morale, religiosa, politica? Ma no, no, dirà qualcuno: siamo in un’epoca smartissima, e questo è solo un incubo da scrittori. E invece è la realtà, e forse sarebbe tempo che provassimo a capirlo anche qui da noi, nel regno del provincialismo culturale, dove la sola cosa importante sembra essere il pollaio delle elezioni eterne. Nel magnifico Il rogo dei libri, Leo Lowenthal ricordava che nel tardo Impero romano non solo era proibito il possesso dei libri, ma anche la lettura di essi: come nel fascismo, nazismo e comunismo che ripristinavano l’Inquisizione, proibivano libri e lettura e imprigionavano, torturavano e ammazzavano scrittori e lettori. E c’è chi dirà: ma da allora ci siamo evoluti! Sì, ma non abbastanza: basterebbe leggere le vicende di scrittori morti o perseguitati oggi, a causa di ciò che scrivono, di cui traboccano i libri di Roberto Saviano.

Ma quale cosa satanica fa uno scrittore per farsi odiare dai poteri e dai mentecatti asserviti a poteri, divinità e pensieri unici? Gli scrittori veri, che fossero Mallarmé che scriveva per trecento lettori o Rushdie che scrive per milioni di lettori, ridanno senso alle parole che la tribù ha inquinato. Quando i tempi sono bui, diceva Shakespeare, i venduti rivoltano le parole come un guanto rovesciando il loro significato: ma gli scrittori restituiscono alle parole il loro diritto e il loro significato, le rigenerano e le arricchiscono, e così arricchiscono il linguaggio e il pensiero di chi legge. E i fondamentalisti odiano le parole che fanno pensare, e odiano la libertà di pensiero, sempre eretica: e purtroppo i servi dei pensieri unici non si trovano solo tra le masse di povera manovalanza pseudo-religiosa e pseudo-politica.

Anche nell’Occidente smart dilaga la passione per l’analfabetismo emotivo e mentale, le semplificazioni bianco/nero hanno audience e successo, e il fondamentalismo cresce. Le masse lottano per non pensare in modo complesso, i guru dell’informazione predicano in modo totalitario su guerre e occidenti e culture, i politici proclamano le assurdità più demagogiche e mentecatte: e piacciono. Lo scatenamento del “punto di vista” che i social autorizzano e a cui incitano celebra la fine del confronto critico tra i pensieri, e l’emotivizzazione di idee o pseudo-idee rende ridicolo ogni pensiero di tipo razionale e realmente dialogico.

Se tutti sono convinti di saper dire tutto su tutto tirandolo fuori da un presunto “cuore”, allora viene meno la mediazione che il pensiero opera tra i fatti, le emozioni e il pensare, e l’orgia dell’opinione porta come sua conclusione il trionfare dei cosiddetti “fatti” contrapposti alla cultura e al pensiero, quei “fatti” che chiudono la bocca a chi vuole pensare con un manganello o un processo di Mosca o una camera a gas, quei “fatti” falsificati e privi di ogni interpretazione pensante che spingono a accoltellare Rushdie e a uccidere la Politovskaija. E quando ai “fatti” falsificati su cui non si discute si aggiunge la falsificazione dei “valori” su cui non si discute, allora è la fine della civiltà nata dal cristianesimo e dall’illuminismo.

In Cina, in quel 1600 in cui fu bruciato vivo l’eretico Bruno, un filosofo di nome Lhi Zi si suicidò per evitare la tortura e la decapitazione: aveva criticato il confucianesimo, l’obbedienza familistica e gerarchica che reggeva e regge la Cina, un sistema su cui era proibito discutere persino per migliorarlo. Vogliamo queste e altre inquisizioni pseudo-sante per noi, oggi, qui? O vogliamo pensare e far circolare liberi pensieri senza essere ammazzati fisicamente o moralmente? E siamo ancora in tempo a capire che il terrore fondamentalista è l’orrenda fioritura di un terreno che è inquinato con semplificazioni emotive e mentali? Se non ci riprendiamo la nostra cultura, il pensiero critico che ha reso gli ultimi due secoli i più liberi della Storia nonostante tutto, allora il cappio del non-pensare ci strangolerà. Ma noi vogliamo respirare e vivere da esseri umani, non è vero?
 

Ultimo aggiornamento: 07:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA