Salvini e Giorgetti: la riserva sovranista della Lega solo di lotta

Lunedì 8 Novembre 2021 di Mauro Calise

È chiaro a cosa sia servito il Consiglio federale della Lega, convocato in tutta fretta e con altrettanta fretta concluso. A Salvini premeva ribadire che il Capo – a norma di statuto – è lui. E c’è riuscito senza che volasse una mosca di contestazione. Figuriamoci se a qualcuno dentro la Lega poteva ora venire in mente di aprire una crisi formale. Il problema è che per riaffermare ciò che nessuno – al momento – gli obietta Salvini ha scelto il terreno peggiore, quello della politica estera.

Organizzando un videoincontro lampo con Orban e Morawiecki, i premier di Ungheria e Polonia, per riaffermare l’intenzione di dar vita a un gruppo sovranista autonomo in seno al parlamento europeo. Ben distinto dai popolari – dove Giorgetti vorrebbe convergere – e da quello di estrema destra in cui si è infilata la Meloni. Ora, nel gergo politichese, tutto questo si capisce subito: stop al Ministro quasi-ribelle e avanti nella concorrenza ideologica con la leader di Fratelli d’Italia. 

Ma provate a mettervi nei panni di quei medi e piccoli industriali che sono il bacino principale della Lega nelle regioni del Nord. Quegli stessi imprenditori che hanno legami indissolubili e vitali col tessuto produttivo europeo, che lavorano con i piedi in Italia e il libro mastro dei propri conti in Germania: gli si sarà accaponata la pelle. Perché, fin tanto che l’alleanza sovranista si limita a una prova muscolare verbale, magari nemmeno se ne accorgono. In fondo, a molti di loro, il Capitano starà pure simpatico. Ma se dalle videoconferenze ideologiche si dovesse passare ai fatti, se un domani Matteo Salvini diventasse primo ministro della terza potenza europea e dovesse recarsi a Bruxelles insieme ai premier ungherese e polacco, che cosa succederebbe? Che credibilità, quale spazio di manovra avrebbe nella trattativa puntigliosa che, nei prossimi sei anni, impegnerà il presidente del Consiglio in carica al tavolo dei nostri creditori?

La Lega appare sempre più scissa tra due anime. Quella tradizionalista, impersonata dal pragmatismo del suo ceto amministrativo, dai governatori pigliatutto come Zaia e da un’idea di efficienza che la gestione disastrosa dell’emergenza sanitaria in Lombardia ha incrinato ma non ancora compromesso. E quella protestataria, che ha le proprie parole d’ordine in un suprematismo bianco in salsa padana, alimentata negli ultimi anni dagli hater social contro gli immigrati e che oggi trova nei no-vax un nuovo terreno di cultura. Fino a ieri, queste due anime riuscivano a convivere nel leader, nel suo saldo ancoraggio nel partito e nella sua straordinaria presa virtuale su una massa crescente di follower. Oggi che la «bestia» non riesce più a macinare consensi e i sondaggi hanno retrocesso la Lega ai valori delle elezioni del ’18, il collante sta venendo meno. Mentre sta riacquistando forza, molta forza, il ruolo dell’Europa come unico baricentro del rilancio economico. Un baricentro che, in Italia, è impersonato da Mario Draghi, e dalla sua posizione di assoluta lealtà e identità con le scelte fatte a Bruxelles.

Questo ruolo è stato ben visibile anche nel summit di Roma, i cui risultati concreti restano da verificare ma che ha avuto un enorme peso ideologico nel rilanciare le scelte ecologiste come nuovo motore di sviluppo. Lo si è visto negli investimenti appena varati da Biden, per oltre un trilione di dollari, proprio sul fronte delle infrastrutture che dovrebbero contrastare gli effetti dirompenti del riscaldamento globale. Lo si sta vedendo in Europa nel primato dei parametri verdi nelle linee guida di spesa di gran parte del Recovery fund. Ma anche a questa ritrovata coesione tra Unione e Stati uniti, i governi ai quali guarda Salvini si sono rifiutati di aderire. Si sono tirati fuori. In una forma di neo-isolazionismo che, in termini di ricaduta economica, non avrà particolari conseguenze. Almeno fin quando l’Europa preferirà tollerare il dissenso, piuttosto che andare allo scontro. Con l’Italia, sarebbe tutta un’altra storia. Per il peso che ricopriamo sullo scacchiere internazionale, l’Italia non può permettersi il lusso di giocare con le frontiere europee. Né con i muri né con le parole. Questo lo sa bene Giorgetti. E lo sa bene anche Salvini. E lo sanno i militanti leghisti, che si staranno cominciando a chiedere se il Capitano abbia davvero un’idea di dove voglia mettere il timone. 

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