Le pernacchie ​non assicurano il futuro

Lunedì 2 Dicembre 2019 di Ernesto Mazzetti
Finalmente un week end illuminato dal sole. S’affollano cittadini e turisti nelle vie, occhieggiando vetrine pre natalizie. Aria festosa. S’è respirata perfino in raduni di protesta. Come quello delle “sardine” confluite a migliaia in piazza Dante nella tepida serata di sabato. Non c’ero, malgrado i richiami attraverso i circuiti oggi definiti “social”. Compreso un invito, personale e un po’ sfottitorio, da un vecchio conoscente: «Non puoi mancare, tu che prediligi la cucina di mare!». Sarà che tra le tante specie di pesce azzurro non è la sardina la mia prediletta. Meno sapida dell’alice se appena fritta o lessata; indigesta nelle ricette che la vogliono ripiena e impanata con uova. E’ pesce di vita breve, preda abituale di pesci più grossi; pingue raccolto di reti che le catturano in sciami. Probabile che nel mar della politica a questi sciami qualche partito guardi con cupidigia. 

Avevo già letto del diffondersi dei raduni che sotto il simbolo ittico da Bologna tracimano ormai in varie regioni. Offrono celebrità ad alcuni tra i loro promotori, subito invitati nei talk show televisivi da fervorosi conduttori. Unanimi le cronache a definire un successo quello napoletano. Ne ho testimonianze amicali e familiari e visioni da carrellate di telecamere. Tanti giovani, ma anche tantissimi anziani, d’ambo i sessi. La connotazione dominante m’è parsa quella d’un ceto medio animoso nella protesta e insieme appagato dal ritrovarsi in affollata compagnia. A che prò? Soprattutto a dir di Salvini e della Lega tutto il male possibile. Per motivazioni che mi pare si diversifichino e si sovrappongano. C’è quella nutrita di campanilismo: Salvini che un tempo voleva noi napoletani sepolti dalla lava del Vesuvio, non è credibile ora che per intenti elettorali ci si professa amico. Onde va esorcizzato al canto di “Napule è!”. C’è poi la motivazione basata su analisi lessicali e sociologiche delle sue esternazioni: parole d’odio e di paura, intolleranza verso immigrati e diversi. Da esorcizzare con afflati solidaristici ed aperture alla speranza. Infine la motivazione nutrita di ansie storico-politiche: nei toni, negli intenti evoca immagini d’un nefasto periodo di storia italiana. Va esorcizzato al canto di “Bella ciao”. Ma è davvero attendibile, in dispregio di Salvini, questo intravedere nella filigrana dell’odierna realtà italiana fantasmatiche immagini mussoliniane? Lo negano molti opinionisti politici. Come anche Bruno Vespa, che pur sornionamente si compiace del successo che il dibattito apporta al suo libro sul Duce. Probabile che venda più copie di quante ne abbia vendute Antonio Scurati, premiato dallo Strega quale autore d’altra recente biografia del personaggio. 

Lega o non Lega, Duce si, Duce no, siamo a Napoli, dove non c’è dialettica se non la si connota di intenti ludici. Ed ecco in piazza Dante una cartellonistica che ripropone il simbolo della sardina in tante originali versioni, non escluso il travestimento ittico imposto ad un povero cane. E non c’è conclusione di discorso se, dopo canti e suoni, non lo si rafforza dando fiato alle guance in una corale emissione di pernacchie. Intendiamoci. Mai escludere significative valenze politiche a moti di popolo che riempiano piazze, pagine di giornali e dibattiti televisivi. Sol che le si vorrebbe, al di là delle conclamate prese di distanza dagli schieramenti politici esistenti, orientate verso concrete proposizioni di programmi, elencazioni di bisogni prioritari, ipotesi di soluzioni di problemi cogenti. Anzitutto riguardo alla languente economia, al rarefarsi delle occasioni di lavoro per i giovani, alla sicurezza degli anziani, alla salvaguardia del territorio, alla funzionalità delle aree urbane. Non mi riesce, sarà mia lacuna, intravedere, o meglio ascoltare, nel risuonare delle pernacchie, persuasivi programmi d’azione politica. Neppur m’appaiono emergenti personalità di leader gli improvvisati oratori che si sono rivolti alla piazza napoletana, così come i loro sodali esibitisi in altre piazze d’Italia. Neppur mi rassicura la debole, o del tutto manchevole, presenza in queste assise di rappresentanze di ceti che doverosamente la classificazione sociale definisce direttamente produttivi: agricoltori, operai, artigiani. Resta dominante la presenza d’una piccola e media borghesia, degli impieghi, dell’insegnamento, delle pensioni, del precariato giovanile: meritevole d’ogni rispetto per il disagio di cui da anni soffre, in strutture politiche ed economiche che non danno sicurezza nel presente né speranze nel futuro. 

Non è mancato, in tutto ciò, un “cinguettio” telematico del sindaco di Napoli, l’ineffabile de Magistris. Assicurava che lui, pur invisibile, c’era, tentando di fare «da sindaco, la rivoluzione governando». Visto lo stato della città, palazzi cadenti, trasporti sussultanti, immondizie dilaganti, servizi inesistenti, se anch’io fossi stato tra le “sardine” in piazza Dante, almeno parte delle pernacchie avrei cercato di dirottare verso Palazzo San Giacomo.
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