Sardine, i giovani politici improvvisati ma non troppo

Lunedì 17 Febbraio 2020 di ​Massimo Adinolfi
Su de Magistris Mattia Santori, uno dei leader delle Sardine non sa rispondere. Su come sia amministrata la città di Napoli – i trasporti, il bilancio: cose così – Santori non sa dire nulla. Di queste cose non parla. In compenso, si esprime sulle elezioni suppletive (a favore di Ruotolo, figura che unisce) e sulle elezioni regionali (contro De Luca, nome che divide). Ma lo fa con molta prudenza, perché, lo ammette, non conosce il territorio: si limita a riportare «sentori locali».

L’impressione, però, è che ci senta benissimo, e per quanto provi ad astenersi dal giudicare (io non faccio come Salvini, non «pontifico» su tutto, dice) è esplicito nell’indicare lo scenario in cui le Sardine possono trovare un approdo: un centrosinistra unitario. Ragazzi, questa è politica della più bell’acqua. Ora, le Sardine hanno dato un contributo fondamentale alla vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna: se vi è stato un mutamento di clima, e un ritorno di partecipazione dalle parti del Pd e del centrosinistra, è soprattutto merito loro. I democrat ne hanno beneficiato, e Zingaretti non ha avuto difficoltà a riconoscerlo, tributando loro, all’indomani del voto, un «immenso grazie». Lo stesso percorso di allargamento del campo progressista, che il segretario del Pd ha in mente, non può ormai prescindere dal contributo di Santori e compagni. I quali, dal canto loro, continueranno a portare avanti le loro istanze di rinnovamento, la sensibilità per certi temi più vicini alle giovani generazioni – i diritti, l’ambiente, la scuola – e a mantenere il più possibile quel carattere fluido, aperto, spontaneo, che permette, per il momento, di stare un passo al di qua delle scomode incombenze della lotta politica: tattiche, alleanze, nomi, poltrone, tutto quello, insomma, che da circa un quarto di secolo gli italiani sono abituati a chiamare «il teatrino della politica» (i cui protagonisti, c’è da dire, fanno di tutto, a volte, per apparire solo dei teatranti).

E va bene, per carità: va bene l’entusiasmo, va bene lo spontaneismo, vanno bene i toni gentili e i volti puliti, va bene la sensibilità civile e quella ecologista, e da ultimo anche l’attenzione al sud e alle periferie: va tutto bene. Però recuperiamo anche un minimo senso della misura, delle proporzioni, delle funzioni: capisco che dopo avere avuto un vicepresidente della Camera dei deputati di 27 anni (poi anche Capo politico, poi anche ministro dello sviluppo, poi anche ministro degli Esteri), non si possono più mettere limiti alla Provvidenza, ma forse è il caso di tornare a pensare alla politica come ad una professione, come «ramo specializzato delle professioni intellettuali», per dirla con un fior di professionista, Massimo D’Alema (che citava un altro Max, Weber). Voglio dire: Napoli è una metropoli, una capitale, la terza città d’Italia, e tu vieni a Napoli, a piazza Dante, a Scampia, e ti orienti in base ai «sentori locali» e non spiccichi una parola su come la città è amministrata? C’è di più: vai in tv, presentato come la sardina più famosa d’Italia, e ti chiedono che cosa voteranno le Sardine nel prossimo referendum sul taglio dei parlamentari e tu rispondi serafico che non sai come voterai, proprio non hai idea, e aggiungi: «La mia vita in questo momento non mi permette di approfondire le cose che succedono più in là di quattro giorni»? Quattro giorni? Ma cos’è, un modo per vantarti del fatto che in questo momento hai l’agenda piena, Dio mio, e appuntamenti in tutta Italia neanche fossi uscito da Sanremo con il manager che ti ha già fissato le date per le prossime uscite? 

Ora, non voglio essere ingeneroso: in fondo le Sardine sono in piazza da pochi mesi, e sono già state una benefica iniezione di fiducia e un balsamo per un centrosinistra che in piazza non era più in grado di andarci. Detto questo, però, andiamoci sì: ma piano. Non è solo questione di preparazione, competenze, conoscenze che mancano (benché sempre Weber dicesse che «la politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo»); è anche un’idea della politica come confronto di forze, connessione di interessi e ideali, relazioni nazionali e internazionali. Come analisi della dimensione storica dei problemi, come rappresentanza organizzata, come lotta per il potere: ma quand’è che la politica italiana ha deciso di rinunciare a tutto ciò, per affidarsi a persone di ottime intenzioni, certamente, e bellissime speranze, come no, ma che si ritrovano catapultati prima nei talk show e poi nei Palazzi, senza saper bene né come né perché? E se il tema della autonomia della politica, e delle varie supplenze a cui variamente si è affidata negli anni, andasse ripreso anche da questo lato, cercando di capire perché queste fiammate – che, lo dico senza retorica, hanno, per accendersi, ogni buona ragione – invece di rappresentare un complemento all’azione dei partiti diventano una specie di sostituto, un surrogato, una forma di compensazione, ma anche uno schermo rispetto allo spessore reale dei problemi economici e sociali del Paese? Tra la politica come professione e la politica come improvvisazione, io lo dico: preferisco la prima.
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