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Fondi infanzia, Milano e Torino tolgono scuole ai bimbi del Sud

Giovedì 2 Settembre 2021 di Marco Esposito
Fondi infanzia, Milano e Torino tolgono scuole ai bimbi del Sud

L’asilo nido si farà a Torino e non a Cerignola, a Ferrara e non a Tropea; la scuola materna a Milano e non a Bagheria, a Parma e non a Casal di Principe. E così via, con dodici città del Nord che hanno scalzato una ventina di piccoli centri del Sud (e non solo) aggiudicandosi fondi pubblici provenienti dal Pnrr e riservati ai comuni svantaggiati per il nobile intanto di ridurre i divari territoriali in particolare per l’infanzia. Pubblicati in agosto i risultati della gara (700 milioni suddivisi in sette categorie di progetti) centinaia di sindaci hanno scoperto non tanto di essere stati esclusi - in una gara con 2.654 richieste di finanziamento e ci può stare - ma che a partecipare nelle categorie dei “comuni svantaggiati” c’erano anche città ricche secondo tutti i parametri sociali e in particolare secondo l’indicatore Istat di vulnerabilità sociale e materiale (Ivsm) utilizzato nel bando proprio per individuare i duemila comuni svantaggiati, da sostenere in via prioritaria.

Un esempio concreto vale più tante parole. Milano ha chiesto 3 milioni di euro per un progetto per una scuola dell’infanzia in via Rimini che ha ottenuto un punteggio di 59 punti. Venafro, in provincia di Isernia, ha anch’essa presentato un progetto per scuola dell’infanzia per 3 milioni di euro e di punti ne ha ottenuti 63, quindi più di Milano. Ma il capoluogo lombardo, che con tutta evidenza non è un comune svantaggiato, ha cofinanziato il suo progetto con altri 3 milioni di euro guadagnando un bonus di 8 punti. Anche Isernia ha cofinanziato la sua iniziativa, ma sul piatto ha potuto mettere appena 3.000 euro, senza ottenere bonus. E così alla fine Milano con 67 punti ha scavalcato Isernia. Se fosse una sfida tra municipi, sarebbe poco più di una curiosità, ma visto che i progetti riguardano scuole per bambini fra i tre i e cinque anni il risultato è che un bambino di via Rimini a Milano per l’Italia merita più di un bambino coetaneo di Isernia.

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Com’è possibile? La legge che ha stanziato i fondi (160/2019 comma 61) prevedeva sì la finalità del riequilibrio territoriale, tuttavia indicava come priorità «le strutture localizzate nelle aree svantaggiate del Paese e nelle periferie urbane, con lo scopo di rimuovere gli squilibri economici e sociali ivi esistenti». Ora, l’Istat ha definito da tempo un indicatore di svantaggio denominato appunto Ivsm, in base al quale per esempio Venafro, Cerignola e Bagheria sono svantaggiate mentre Milano, Torino e Parma no. Però non c’è dubbio che a Milano o a Torino ci siano periferie urbane con aree di disagio solo che il governo (Conte 2) nella preparazione dei principi guida del bando non ha previsto graduatorie separate né qualcosa che obbligasse i comuni ricchi a individuare aree di disagio, perché certamente via Rimini a Milano o corso D’Azeglio a Torino non sono emblema di periferia degradata e si possono nutrire dubbi sul fatto che esistano aree degradate a Belluno o a Varese.

In pratica alla fine aree ricche e municipi oggettivamente svantaggiati hanno gareggiato insieme, come se atleti in salute si iscrivessero alle paraolimpiadi. In Campania i Comuni beffati dalle città del Nord sono tre: Alife e Casal di Principe in provincia di Caserta e San Giorgio del Sannio in quella di Benevento. Chi ha protestato presso il ministero guidato da Patrizio Bianchi paventando un ricorso è stato rassicurato: il bando sarà rifinanziato e quindi la graduatoria scorrerà. Ma potenzialmente danneggiati sono tutti i Comuni che hanno partecipato a un bando in cui una quota di risorse (50 milioni su 700) ha preso una direzione palesemente contraria alle finalità della legge. 

E c’è un ulteriore elemento su cui sarebbe utile riflettere: all’ultimo punto del decreto di assegnazione di fondi firmato un mese fa dal ragioniere dello Stato Biagio Mazzotta e dai massimi dirigenti dei ministeri degli Interni, dell’Istruzione e delle Politiche della famiglia si legge: «I progetti che saranno ammessi a finanziamento con il decreto di cui al comma 4 del presente articolo sono inclusi nel Piano nazionale per la ripresa e la resilienza e dovranno riportare su tutti i documenti di riferimento sia amministrativi che tecnici la seguente dicitura “Finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU”». Quindi noi italiani stiamo per assegnare (la graduatoria è ancora provvisoria) il primo spicchio di risorse dei 191,5 miliardi del Pnrr stabilendo con una gara che per «rimuovere gli squilibri economici e sociali» i fondi europei per asili nido e materne devono andare prioritariamente a Torino e non ad Agrigento. Non è un buon inizio. 
 

Ultimo aggiornamento: 3 Settembre, 07:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA