Scuola, meno cultura umanistica e più scienza

Martedì 26 Ottobre 2021 di Antonio Pascale

Al presidente Mario Draghi piacciono molto gli Its, tanto che ieri, per la sua prima visita istituzionale al Sud, ha scelto di visitarne uno, a Bari. Si tratta dell’istituto Cuccovillo, nel rione Japigia, che tra l’altro funziona benissimo. Pensate che forma tecnici che vengono assunti subito, con percentuali molto alte, oltre il 90% nel giro di un anno, e quasi tutte nelle industrie della meccatronica del distretto.

A partire dalla visita di Mario Draghi possiamo provare a ragionare intorno a una annosa questione: ma in Italia e specialmente al Sud è ancora aperta e viva la diatriba tra cultura umanistica e scientifica? Alcuni dicono di sì. Vuoi Croce vuoi altri, per varie ragioni la cultura umanistica ha avuto la meglio, e così il liceo classico e alcune discipline sembrano avere ancora un maggior appel. Hai fatto il classico? È una tipica domanda che aumenta la vanità di chi la riceve. Vuoi essere un intellettuale, vuoi parlare in tv, scrivere sui giornali? Meglio una laurea in filosofia che una in biologia, meglio essere un avvocato che un chimico. 

Al Sud poi le discipline classiche sono state anche patrimonio di una classe sociale, quella più abbiente, quindi i figli dei notai, degli avvocati, dei professori sceglievano lo stesso percorso dei padri e quindi altri notai e avvocati: questo modus operandi alla fine, nei decenni, ha generato sia un blocco sociale che, come dire, riproduceva sé stesso e bloccava l’ingresso, quindi i meno abbienti andavano agli istituti tecnici, meno prestigiosi e i classici preparavano per le università umanistiche tanti notai, magistrati, avvocati.

Poi chiaramente tutto questo ha anche creato un immaginario più pesante (perché l’insieme era più numeroso) e erroneamente creduto più valido. Insomma la cultura classica è diventata una sorta di passepartout. 

Sappiamo che il XX secolo ha complicato tutto, per interpretare il mondo sono necessari più strumenti e qui torna la cultura scientifica. Del resto, la pandemia ha mostrato le lacune di tanti, è molto difficile infatti parlare di rimedi e soluzioni senza masticare l’abc della teoria darwiniana o elementi di biologia e chimica; anche perché come ha voluto dimostrare Mario Draghi con la sua visita, alcuni istituti tecnici scientifici riescono a innervare e rendere fecondo il rapporto tra scuola e lavoro. Insomma, pensare alla cultura umanista come a un sapere del tutto autonomo e autosufficiente e capace di generare reddito e lavoro significa percorrere un vicolo cieco. Insomma, a parte che i grandi filosofi del passato hanno sempre interloquito con la scienza, oggi è fondamentale per la conoscenza accogliere le scoperte della biologia evoluzionistica, dalle scienze cognitive e dalle neuroscienze. Da queste discipline giungono conoscenze fondamentali circa la “natura umana”, nelle sue specificità così come nelle sue continuità con il resto del vivente e dunque un Paese che vuole affrontare i problemi e risolverli deve unire il meglio della cultura umanistica e di quella scientifica.

Ci vuole uno sguardo biunivoco, perché la ricerca scientifica ha bisogno della filosofia per riflettere sul proprio statuto, i propri metodi. Difatti, fra le varie cose che sono emerse nel corso della pandemia c’è il fatto che spesso gli scienziati mostrano una scarsa comprensione delle implicazioni teoriche del proprio lavoro. Credo che un ruolo importante che oggi la cultura umanistica può assolvere sia proprio quello di riflettere sulle diverse questioni teoriche e pratiche di ricerca scientifica e sui modi della relazione fra queste pratiche e la società nel suo complesso. Se pian piano riusciremo a far questo, poi gli IST arricchiranno i licei classici e viceversa e il mondo del lavoro ne guadagnerà tantissimo e pure il sud, a cascata. 

Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 06:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA