Se le donne imitano ​la violenza dei maschi

di Fabrizio Coscia
Venerdì 3 Giugno 2022, 00:00 - Ultimo agg. 06:00
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L’odioso raid con l’acido che ha sfregiato due sorelle domenica notte, a corso Amedeo di Savoia, mi spinge a fare una riflessione particolare dentro una riflessione più generale sul dilagare della violenza giovanile a Napoli. Vorrei partire da molto lontano. Da una scena dell’«Iliade» che ricordiamo tutti, quella in cui Ettore, durante l’assedio degli Achei, incontra la moglie Andromaca con il figlio Astianatte, nei pressi delle porte Scee, ai confini cioè tra la città di Troia protetta dalle mura di cinta e la pianura dove infuria la guerra. 

È una delle rare scene di intimità domestica in un poema che si svolge quasi per intero sui campi di battaglia. «Infelice - dice la moglie all’eroe troiano - la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà del figlio ancora bambino e di me, sventurata, che presto resterò vedova perché gli Achei ti uccideranno tra poco, assalendoti in massa; e se ti perdo, allora è meglio che muoia anch’io». 

La donna piange e implora il marito: «Non fare del figlio un orfano, di me una vedova». Ettore ascolta. Sono parole nuove quelle che le dice Andromaca. Parole di pace. Le uniche che possiamo trovare nell’opera di Omero. E sono pronunciate da una donna. Ma proprio per questo Ettore non può accettarle. Lui non può fare a meno di combattere, anche se sa che la sorte di Troia è segnata. Non può farne a meno perché è un uomo, un maschio. E come tale deve difendere il suo onore e l’onore della sua patria. 

Perciò quando Andromaca lo supplica di negarsi alla guerra, di negare cioè la logica della guerra («la tua forza sarà la tua rovina»), lui rifiuta, e la invita a tornare a casa, alle sue occupazioni (il fuso e il telaio). «Alla guerra penseranno gli uomini», dice Ettore, separando così rigidamente gli spazi maschili (la guerra) da quelli femminili (la casa). 

E così è sempre stato nella storia dell’umanità: la guerra è una faccenda di uomini, con la violenza che essa presuppone e comporta, con gli stupri, le depredazioni, le torture, le stragi. Una parola di genere femminile, ma sempre declinata al maschile. Che cosa c’entra tutto ciò con il raid napoletano? 

C’entra nella misura in cui in questo episodio di violenza possiamo leggere anche una allarmante inversione comportamentale di genere: in un contesto dominato dai modelli criminali, violenti, intimidatori, aggressivi tipici del maschile (di un maschile predatorio e patriarcale), ecco che una donna agisce seguendo quei modelli, ponendosi cioè nell’orbita di quel mondo duro dei padri e dei fratelli, della sua logica clanica, riproducendone i comportamenti deviati. 

Il “vitriolage”, ovvero l’aggressione con l’acido è, voglio ricordarlo, spesso e volentieri una forma di vendetta maschile per un rifiuto subito da parte di una donna, per un tradimento o per la fine di una relazione. È una deriva violenta della misoginia, che in alcuni paesi dell’Asia meridionale è addirittura una prassi comune. 

Una donna che aggredisce un’altra donna in questo modo nega dunque, di fatto, la propria identità femminile - la propria «differenza sessuale» - per identificarsi invece con un modello culturale maschile che impone i suoi codici e le sue prospettive di chiusura e di guerra con l’altro, laddove il modello femminile, fin dal suo costituirsi corporeo, è quello dell’accoglienza, dell’apertura, dell’ospitalità.

Che cosa vuol dire, infatti, offrire ospitalità? 

«Significa essere capaci di percepire i limiti del nostro mondo - scrive la filosofa femminista Luce Irigaray nel suo saggio «L’ospitalità del femminile» - e di aprirlo per fare spazio a ciò che è oltre». 

Se la logica maschile della guerra si basa sulla forza imposta come diritto (lo sfregio, la vendetta, l’agguato, come nel caso del raid con l’acido), il fatto che siano anche le donne ad assumerla deve indurci allora a una urgente riconsiderazione educativa e culturale, altrimenti ci avviamo diritti alla catastrofe. Io credo che se vogliamo davvero ripensare il nostro mondo, la nostra città, i nostri quartieri, come spazi di pace e di apertura, bisogna ripartire da qui, dal recupero cioè di quest’antica legge dell’ospitalità femminile di cui ci parla la filosofa belga e dall’antico ripudio della guerra che Andromaca oppose a Ettore. 

Una radicata consuetudine sessista ci ha educati ad associare al maschile la forza e al femminile la debolezza. Ma non dobbiamo dimenticare la massima di Lao Tzu nel «Libro del Tao», per la quale tutte le creature - esseri umani, animali, piante - da vive sono tenere e fragili, mentre alla loro morte sono dure e secche: «ciò che è forte e rigido è seguace della morte, ciò che è debole e flessibile è seguace della vita».

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