Il Paese che non sa ​gestire lo stress

Venerdì 28 Febbraio 2020 di Ennio Cascetta
Gli eventi di queste ultime settimane rappresentano per il nostro Paese una crisi non solo socio sanitaria, comune a quasi tutto il mondo, ma anche uno stress test, una prova della tenuta in condizioni diverse dall’ordinario, del sistema politico, istituzionale, economico e sociale che si è realizzato in Italia nel corso della Seconda Repubblica. Una crisi ovviamente inattesa alla quale si sono date risposte che moltissimi percepiscono come contraddittorie, irragionevoli, poco attente alle conseguenze di breve e medio periodo sulla nostra economia e sulla nostra società. 

E non poteva essere che così, il risultato delle tante, troppe distorsioni che si sono accumulate, anno dopo anno, governo dopo governo. Distorsioni e malfunzionamenti che in condizioni ordinarie sono state “assorbite“ dagli adattamenti individuali e collettivi provocando “solo” una perdita di competitività e una sostanziale stagnazione economica, ma che in condizioni straordinarie possono portare ad altre ben più gravi conseguenze.

Elencarle tutte sarebbe troppo lungo, mi limiterò dunque alle due che emergono con maggiore evidenza in questi giorni. 

La prima riguarda l’attribuzione delle competenze costituzionali fra Stato e Regioni a seguito della riforma del Titolo V della costituzione del 2001. Una riforma giudicata da tutti inadeguata alla prova dei fatti, dove il meccanismo delle competenze concorrenti su temi come la sanità, la mobilità e le reti di trasporto, solo per citare quelle più pertinenti alla crisi in atto, ha prodotto guasti notevoli, disparità territoriali inaccettabili e rallentamento e confusione dei processi decisionali. Assistiamo cosi a comportamenti diversi delle singole regioni, divieti che variano a pochi chilometri di distanza, al solo passare dai confini di una regione ad un’altra, creando solo disorientamento nei cittadini che non capiscono se le limitazioni cui sono sottoposti sono insufficienti o eccessive. Un ragionamento analogo potrebbe essere fatto per i Comuni cui sono delegate funzioni importanti di tutela della salute pubblica e dove la variabilità dei comportamenti è se possibile ancora meno comprensibile. Per risolvere questo problema in questi anni siamo passati dal referendum del 2015 sulla ri-centralizzazione delle competenze di interesse nazionale, bocciato dalle urne, alle proposte di alcune regioni di una accentuazione delle competenze regionali dell’anno scorso. Ancora senza riuscire a decidere. 

Sul tema dei trasporti e della logistica la cose sono non meno irragionevoli e pericolose. Singole Regioni che impediscono il transito a autotrasportatori che sono stati nelle aree a rischio nei 14 giorni precedenti, servizi ferroviari viaggiatori e merci quasi del tutto bloccati per la presunta necessità di sterilizzare gli impianti, armatori che unilateralmente richiedono mascherine e guanti per scaricare le proprie navi. Di fatto si sta bloccando la logistica del Paese senza valutarne le conseguenze e determinando le condizioni per due crisi , una di breve e una di medio periodo. La carenza degli approvvigionamenti per i consumi, dico spesso ai miei studenti che la frutta al supermercato non viene coltivata nel retrobottega, e il rallentamento delle filiere produttive per carenza di materie prime e semilavorati provenienti dall’estero ed in particolare dalla Cina.

Il secondo malfunzionamento, sviluppato negli anni ed emerso con chiarezza in queste settimane, riguarda i processi decisionali pubblici e i meccanismi di responsabilità. Un complesso di norme confuse e spesso contraddittorie, atteggiamenti generalizzati della magistratura, attenzione dei media ad ogni avviso di garanzia, hanno lentamente indotto una mutazione nei comportamenti dei decisori pubblici, sempre più orientati alla tutela della propria posizione personale e sempre meno interessati al perseguimento dell’interesse pubblico. Uno scacco matto all’efficienza che in queste settimane si mostra chiaramente, dall’indagine della procura di Lodi a tante decisioni apparentemente irragionevoli prese a tutti i livelli.

In questi anni il nostro Paese ha già affrontato una crisi globale e inattesa e ha già dimostrato di non essere all’altezza della sfida. La crisi finanziaria del 2007 ha colpito tutte le principali economie del mondo. Quasi tutti i Paesi si sono ripresi ed hanno ricominciato a crescere. Dalla conclusione della crisi nel 2009 il Prodotto interno lordo degli Usa è cresciuto del 22 per cento, quella della Germania del 20, quello della Francia del 13, quello della Spagna dell’8, il nostro di poco più del 2 percento. Il Pil italiano nel 2019 è ancora più basso di quello che era nel 2007 di 75 miliardi di euro consegnando il Paese di fatto alla “decrescita rancorosa “ (copy) di quest’ultimo decennio.

È probabile che la crisi del coronavirus avrà conseguenze simili. In questi anni di stagnazione, l’economia italiana è riuscita a non andare in recessione grazie alla sua internazionalizzazione. La crescita dell’export (45 percento), dell’import (+ 28 percento) e del turismo internazionale (+54 percento) hanno compensato la riduzione dei consumi e degli investimenti. Ma proprio l’ export, l’import ed il turismo internazionale saranno pesantemente condizionati dalle vicende di queste settimane. Agli effetti diretti della crisi si aggiungerà il sovrappiù di perdita reputazionale rispetto a Paesi come la Germania e la Francia che meglio sono riusciti a gestire l’emergenza sanitaria che con ogni probabilità ha caratteristiche del tutto simili a quella che ha colpito il nostro Paese. 

Nel futuro si prospetta un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, con innovazioni tecnologiche, come l’ intelligenza artificiale e le biotecnologie, di portata tale da poter sovvertire molti degli equilibri attuali. Un mondo per il quale è difficile se non impossibile prevedere le evoluzioni , e le crisi globali che avranno luogo. Gli studiosi parlano di deep uncertainty, incertezza profonda per caratterizzare le condizioni prevalenti in questo mondo. In questo mondo i Paesi resilienti, quelli che sanno adattarsi e reagire prima e meglio di altri, saranno fortemente avvantaggiati. L’ Italia ha dimostrato nelle ultime due crisi globali di non essere resiliente, mi auguro che la crisi del coronavirus sia capace di mettere in moto una reazione di sistema, di diventare, come diceva Benjamin Franklin, una opportunità mascherata.
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