Mimmo Paladino: «Un cielo pieno di numeri per la mia Tosca al San Carlo»

Giovedì 16 Gennaio 2020 di Donatella Longobardi

«La Tosca che ha inaugurato la stagione della Scala? La nostra sarà l’esatto contrario, altrimenti perché chiamarci?». Mimmo Paladino anticipa le scelte del nuovo attesissimo allestimento dell’opera di Puccini con la regia di Edoardo De Angelis al suo esordio nella lirica, in scena al San Carlo dal 22 al 29 gennaio. Sul podio Donato Renzetti e, accanto alla Tosca di Carmen Giannattasio e al Cavaradossi di Fabio Sartori, un cast multietnico col cinese Renzo Ran come Angelotti e lo Scarpia mongolo di Enkhbat Amartuvshin.

Tutto esaurito nelle sei repliche tanto che è stato deciso di aprire al pubblico le generali di sabato 18 e di martedì 21, con incasso devoluto a iniziative benefiche. Pubblico in fila, dunque, ma dibattito già aperto sulla scelta di trasferire l’ambientazione in uno spazio senza tempo, antico e contemporaneo insieme, un non luogo che non è Sant’Andrea della Valle, né Palazzo Farnese o Castel Sant’Angelo. «In un luogo della periferia bruciato e bagnato c’è un uomo che per smania di potere distrugge tutto e tutti... e c’è una donna che è disposta a morire e non a perdere», suggerisce il regista in un messaggio in rete. Qui la «recondita armonia di bellezze diverse» è evocata da una comparsa di colore alta e statuaria, e Mario canta tra le stelle che «lucean» sotto un cielo in bianco e nero fitto di numeri. «Non ci sono astri ma numeri di costellazioni misteriose, o numeri che evocano i martiri di quel momento storico, le vittime della violenza e della sopraffazione del potere», spiega Paladino, chiamato in causa in questi giorni circa il futuro del suo Hortus Conclusus nel convento dei Domenicani di Benevento. «C’è l’eterno problema del restauro, non si riesce a trovare una strada. Certo il mio non è disinteresse né polemica, ma non posso stare dietro a tutti i sindaci. Facciano quello che vogliono, ho altro cui pensare».
 

 

Pensa alla «Tosca», maestro? 
«Certo. Sono curioso di vedere le reazioni del pubblico, non so come l’accetteranno». 

Lei comunque non è nuovo ad esperienze con la lirica, al San Carlo si ricordano le sue scene per «Tancredi» di Rossini con la regia di Andò e per un «Fidelio» di Beethoven firmato da Toni Servillo come regista. 
«In quelle occasioni le scene erano realizzate con alcuni segni caratteristici delle mie opere, c’erano elmi, cavalli, scudi enormi. Qui no, ho fatto una scenografia. E la drammaturgia non è stravolta». 

«Tosca» comunque è fatta di momenti iconici, come li avete messi in scena? 
«Con il regista abbiamo detto subito che non volevamo fare una “Tosca” contemporanea. Non lo conoscevo di persona ma avevo visto e apprezzato i suoi film. Ci siamo subito intesi, il nostro obiettivo era non modernizzare ma rendere eterno il messaggio. La storia è quella, il fatto storico non viene stravolto, però non ha un’epoca precisa e può avvenire in qualsiasi luogo».

E quali luoghi ha immaginato, allora? 
«Ogni atto ha un bozzetto, ogni atto un suo carattere con un colore radicale, il grigio permanente. Non squillerà nulla, forse i costumi di Massimo Cantini Parrini che non ho ancora visto. Con un regista di cinema c’era il rischio di farne uno spettacolo “cinematografico”, ma dello stile del cinema ci sarà solo lo zoom sui personaggi, la violenza dell’assassinio di Scarpia in un lago di sangue. Scarpia è il Male, affascinante e indescrivibile, un bigotto della peggior specie, il suo fare procura un drammatico concatenarsi di eventi». 

Quanto è stato ispirato dalla musica? 
«Moltissimo. Puccini è modernissimo, arcaico e contemporaneo. Considero la sua musica come espressione artistica che sollecita altra arte, perché l’arte vera deve creare altra arte. D’altronde l’opera parte da Sant’Andrea della Valle, tutta l’attenzione è poggiata sull’arte e sulla bellezza e invece...». 

E invece? 
«Sono partito da qualcosa che deve avvenire, qualcosa che incombe. Ho usato materiali contemporanei, il cemento, il ferro, ma sono contorti, usati. Ci sono frammenti di pietra che rimandano all’archeologia, una strana croce, la cappella della Madonna. Tutto cambia nel secondo atto, lo studio di Scarpia è l’accumulo di un feticista, un collezionista di brandelli di umanità. Ci sono delle gabbie, qualcosa che nel mio lavoro chiamo “treno”. Un tavolo lungo, pieno di stoviglie, cibo». 

 

Diceva che, a suo parere, è Scarpia il vero protagonista, il motore di tutto. 
«Sì, lo immagino come una sorta di alchimista. Per questo ho messo in scena un enorme coccodrillo appeso per la coda: simboleggia la malvagità, il rapporto con l’aldilà, anche gli egizi lo veneravano per questo e lo imbalsamavano». 

Nel finale, poi, i numeri al posto delle stelle. 
«Non è un cielo tranquillo, si vede un braccio meccanico di una gru che ha divelto l’Angelo, lo stesso braccio meccanico che nella prima scena appare come ombra misteriosa. Ho assoggettato alla scenografia la semantica del mio lavoro. In fondo il mio lavoro non è questo, è altra cosa. Qui sto facendo scenografia e accompagno l’opera con un punto di vista diverso, come ho fatto con il mio film qualche anno fa». 

Si riferisce al Don Chisciotte con Lucio Dalla? 
«Certo. Era un Don Chisciotte, ma mio, diverso dall’originale. Il cinema per questo mi ha sempre affascinato tant’è che vorrei tornarci. Ho un progetto sull’Inferno di Dante, Maurizio Braucci lo sta scrivendo, l’idea si è modificata negli anni ma lavorare in teatro mi ha stimolato, spero di girare in primavera».

 

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