La vedova di Veropalumbo, ucciso a Capodanno nel Napoletano: «Da dodici anni cerco giustizia»

Mercoledì 15 Gennaio 2020 di Dario Sautto

«Dopo dodici anni, siamo ancora qui a cercare verità e giustizia sulla morte di mio marito. E la cosa assurda sa qual è? È che si continua a processare me, mia figlia, mio marito, mentre il responsabile di quella morte così ingiusta no». Carmela Sermino è rimasta vedova la sera del 31 dicembre 2007, mentre a casa sua, a corso Vittorio Emanuele III numero 16, a Torre Annunziata, si attendeva semplicemente il Capodanno, con una festa in famiglia. Suo marito, Giuseppe Veropalumbo, era un carrozziere incensurato, il classico bravo ragazzo, lavoratore, di buona famiglia. Fu trafitto da un proiettile esploso – hanno accertato le nuove indagini – dal tetto di Palazzo Fienga, la roccaforte del clan Gionta. E, ha raccontato il killer pentito Michele Palumbo, a sparare furono tre rampolli di famiglie ai vertici dei Gionta, che volevano «punire» proprio Veropalumbo per aver consegnato ai poliziotti la chiave per accedere al lastrico solare e installare una telecamera che fece arrestare il papà di uno di loro. 

LEGGI ANCHE Giuseppe ucciso la notte di Capodanno, pentito fa riaprire l'indagine

Può essere vera questa circostanza?
«Non ricordo se fossimo in possesso di quella chiave, eravamo in affitto lì. Sicuramente se i poliziotti avessero chiesto a Peppe la chiave, lui l’avrebbe consegnata perché era una persona onesta e non aveva niente a che vedere con quegli ambienti. Il portiere, che abitava al dodicesimo piano, aveva la chiave: alcuni colpi raggiunsero anche casa sua, ma non fu verbalizzato. È stato scoperto solo nel 2017, uno dei dettagli inquietanti che mi fa pensar male sulle prime indagini». 

LEGGI ANCHE Il tirassegno dei rampolli Gionta: «Così fu ammazzato Giuseppe»

Dopo quei momenti drammatici, fu complicato andare avanti?
«Sì, perché io ero diventata mamma da 14 mesi, sognavo altri figli con Peppe, una vita assieme. La tragedia distrusse una famiglia intera. Lui lavorava nell’officina con il papà e il fratello, ma qualche mese dopo la sua morte è stata chiusa. Mi trovai subito sola e capì che dovevo darmi da fare per andare avanti. Cambiai casa, per fortuna Nino D’Angelo e Samuele Ciambriello mi offrirono un lavoro al Trianon, mi hanno accolta, formata e inserita in quell’ambiente. Da allora è una corsa contro la precarietà e adesso il mio unico lavoro è di assessore alla terza municipalità di Napoli, che finirà nel 2021. Dopo non so cosa mi aspetta». 

Lei sta portando avanti anche altre due battaglie. 
«Da sola, da dodici anni cerco di far ricordare Peppe, di non far dimenticare la sua morte innocente e sto portando la sua storia anche nelle carceri della Campania, per spiegare ai detenuti che da un errore si può ripartire, rimediare. E poi la mia battaglia principale: far riconoscere Peppe come vittima innocente di camorra, quale è. Per farlo, è in corso un procedimento contro il ministero dell’Interno che, invece di tutelare i familiari di vittime innocenti, li costringe ad estenuanti cause. Praticamente stanno processando me, mia figlia e mio marito, anziché tutelarci». 
 


LEGGI ANCHE Veropalumbo, il cerchio si stringe: «A sparare fu un boss del clan Gionta»

Cosa significa? 
«Sono stata costretta ad attestare, tramite la Prefettura, che nessuno dei miei familiari e dei parenti di Peppe abbiano mai avuto legami con la camorra. Un vero e proprio processo a noi, alle nostre famiglie, fatte di onesti lavoratori. E per cosa? Per non ottenere nulla». 

Si aspettava qualcosa di diverso?
«Mi aspettavo che lo Stato tutelasse una giovane vedova e una bambina piccola. Non volevo l’elemosina, ma poter crescere in maniera dignitosa mia figlia Ludovica. Al di là dei benefit previsti per i familiari delle vittime di mafia, speravo ci fosse un minimo aiuto, che ne so, con le spese per lo studio, per una casa, per le utenze. Invece, quando muore una vittima innocente, il problema resta solo e soltanto ai familiari». 

LEGGI ANCHE Follia omicida a Capodanno: ecco la pistola che uccise Giuseppe nel 2007

Qual è il suo più grande rammarico?
«Che dopo dodici anni sono ancora costretta ad urlare chi era mio marito. Peppe è una vittima dello Stato, perché non se l’è cercata. Era a casa sua. Tu Stato non lo hai tutelato, perché conoscevi bene Palazzo Fienga, chi ci abitava. E non devo dire io cosa succedeva lì, né deve farlo un pentito. Non era mai stato fatto un intervento serio e lo Stato si dovrebbe indignare davanti a una storia del genere. Invece, continua a voltare le spalle ad una vedova e ad una ragazzina costretta a crescere senza l’amore del papà».

 

Ultimo aggiornamento: 14:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA