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È scomparsa la guerra in Ucraina

Giovedì 7 Luglio 2022 di Massimo Adinolfi

La guerra è finita, almeno per noi. In Ucraina no, la guerra continua, le bombe continuano a cadere, i russi ad avanzare, ma noi è come se non ne volessimo più sapere. La guerra va avanti da più di quattro mesi, ma evidentemente non si può tenere il pubblico sulla corda per così tanto tempo: la narrazione si sfilaccia, altre emergenze premono, le notizie dal fronte scivolano nelle pagine interne. Tanto sappiamo già quello che Zelensky dirà. Sappiamo che per Putin tutto procede secondo i piani, e che per Kiev c’è bisogno di nuove armi per sostenere lo scontro. Ora dicono che forse il grano potrà partire, ma chissà. 

E gli incontri, i vertici, i consigli e le dichiarazioni: c’è un diffuso senso di stanchezza, in un’opinione pubblica interessata a sapere quando finirà l’ondata di caldo molto più che a leggere i bollettini dal fronte.

Però la guerra va avanti lo stesso, morti e distruzioni pure, e gli effetti della rottura degli equilibri geopolitici provocata dall’invasione dell’Ucraina si protrarranno non per mesi, ma per anni. La forbice tra la cronaca e la storia si allarga: i giornali non possono non seguire le notizie del giorno, e se vedono le linee di faglia e i punti di frattura non possono però seguire con la stessa puntualità le conseguenze di lungo periodo e i lineamenti di un mondo nuovo che pure viene disegnandosi poco a poco, sotto l’ingiusta pressione delle armi.

La posta in gioco è, nelle corrispondenze quotidiane da Odessa o da Kharkiv, l’integrità territoriale dell’Ucraina, i metri conquistati sul terreno e le ultime piazzeforti del Donbass. Ma lungo le linee furiose del conflitto cadono le ultimi illusioni di un mondo globale pacificato dal commercio, mentre tornano a formarsi con durezza le contrapposizioni geopolitiche che segneranno il futuro dell’Europa e del mondo. I temi strategici delle materie prime e delle fonti di energie, la disponibilità di risorse e capacità militari: è forse finito il tempo del soft power?

La guerra segnerà il ridimensionamento della Russia, o determinerà uno spostamento degli equilibri egemonici a favore della Cina? L’Europa reggerà alla prova e farà passi in direzione di una maggiore integrazione, o rinuncerà definitivamente a proporsi come un vero attore politico globale?

Sono domande, e le domande non fanno un titolo di giornale, benché siano politicamente ineludibili. Ma le dinamiche della comunicazione pubblica sono ben note: non scopriamo nulla di nuovo. Una domanda ulteriore è però se questo crescente disinteresse per le sorti della guerra non abbia esso stesso un senso politico: come ha scritto l’“Economist”, l’Ucraina ha vinto la guerra di breve periodo, che doveva concludersi con la capitolazione di Kiev, ma per la «guerra lunga» servono più armi, più soldati e più denaro, e per mettere in campo tutto questo occorre sostenere un investimento politico considerevole, che è però difficile compiere con un’opinione pubblica distratta e demoralizzata. La stanchezza di queste giornate non è quindi priva di conseguenze.

Intendiamoci: nessuno pensa si debba chiedere agli italiani di morire per Kiev, ma se oggi Draghi provasse di nuovo anche solo a ventilare l’ipotesi che si debba scegliere fra la pace e il condizionatore non basterebbe probabilmente l’ironia per seppellire le sue parole. Del resto, i condizionatori sono tutti accesi: della guerra e dei suoi costi,invece,è evidente che non ne vogliamo sapere. Come è evidente che ci sta sfuggendo sempre di più il profilo di responsabilità richiesto al nostro Paese, all’Europa e all’Occidente dalla sfida portata dalla Russia all’ordine internazionale. 

In Italia, infatti, sotto la patina di certe posizioni spacciate per “pacifiste”, si legge benissimo l’idea che il Donbass non vale quanto il caro bollette. Ma è un grave errore di calcolo, perché suppone che tutto finisca lì, con quel pezzo di Ucraina in mano ai russi, e allora che Putin se lo prenda, si faccia la sua brava cintura di stati satelliti, e lasci a noi di riprenderci la normalità di prima. Ma non è così che funziona, e non è sulla moderazione di Putin che ci si può basare.

Per l’“Economist”, qualunque arma avrà dimostrato in questa occasione di funzionare Putin avrà un motivo in più per pensare di usarla nuovamente in futuro (e per armi non si intendono solo i carri armati, ma anche cose come la minaccia nucleare, la riduzione delle forniture di gas e il blocco del grano, cioè tutte le leve che l’autocrate russo impiega già oggi per instillare dubbi e esitazioni in Occidente). 

Si metteranno così le cose oppure no, è chiaro che non si può lasciare al solo Putin di deciderlo. Ma allora ci vorrebbe una classe politica autorevole, forte, unita, in grado di spiegarlo al Paese, evitando che la guerra si riduca poco a poco ad un semplice fastidio di sottofondo. Perché, ci piaccia o meno, la guerra non è finita, non per gli ucraini e nemmeno per noi.

Ultimo aggiornamento: 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA