Lorenzo morto a 18 anni durante lo stage: scuola lavoro da rivedere, ​troppi progetti fotocopia

Domenica 23 Gennaio 2022 di Nando Santonastaso
Lorenzo morto a 18 anni durante lo stage: scuola lavoro da rivedere, troppi progetti fotocopia

Il fascicolo aperto dalla magistratura udinese ipotizza il reato di omicidio colposo. E sarebbe il datore di lavoro, in qualità di rappresentante legale dell’azienda di carpenteria metallica in cui si è consumata la tragedia, ad essere finito nel registro degli indagati come atto dovuto in questa fase dell’inchiesta. Ma al momento è ancora difficile capire come ha perso la vita Lorenzo Parelli, 18 anni, studente dell’Istituto salesiano Bearzi, all’ultimo giorno del percorso di alternanza scuola-lavoro che da qualche anno si chiama Pcto. L’acronimo sta per “Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento” e ha lo stesso obiettivo della vecchia e contestata Asl, l’Alternanza scuola lavoro appunto, in vigore dal 2003 ma riformata dalla Buona Scuola del governo Renzi nel 2015 e sottoposta poi a un ulteriore restyling nel 2018. Solo che, a quanto pare, dubbi e perplessità non risparmiano anche la nuova versione, diventata obbligatoria per le scuole secondarie superiori ma non per le imprese (anche per il 2022 farà parte del colloquio orale dell’esame di maturità). 

«Spesso la sua efficacia dipende dall’incontro tra formatori aggiornati ed entusiasti, e imprenditori disponibili. E non è facile trovare gli uni e gli altri», osserva con grande realismo Bruno Scuotto, già presidente di Fondimpresa di Confindustria e oggi delegato della Cabina di regia per gli Its della Regione Campania. In altre parole, non è sempre scontato che un Pcto arrivi a dama, per così dire: nel senso che l’obiettivo dell’orientamento dei giovani studenti verso il mondo del lavoro, l’unica missione prevista dalla legge, non è immune da criticità e veri e propri deragliamenti dal suo percorso, sebbene obbligato. «L’alternanza scuola-lavoro - insiste Scuotto – non è e non deve essere propedeutica all’assunzione di un ragazzo nell’azienda in cui effettua la visita o lo stage nell’ambito della programmazione didattica. E non ha nulla a che vedere dunque con l’apprendistato professionalizzante o gli Its che preparano invece all’ingresso diretto nel mondo del lavoro». Il sospetto è che non siano pochi i casi in cui il Pcto sia diventato l’escamotage per utilizzare i ragazzi in attività lavorative vere e proprie, con la scusa di “fare esperienza” e naturalmente senza alcuna tutela previdenziale e soprattutto di sicurezza. Difficile quantificare il fenomeno ma che esista lo dicono in molti (come il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra nell’intervista a pagina 8). Anche per questo la tragedia di Udine, a partire dai social, rinfocola polemiche mai veramente sopìte (durissima nel 2015 l’opposizione di alcuni sindacati della scuola, come Gilda, all’introduzione delle novità di allora) e solo in parte attenuate dalla pandemia che ha di fatto ridotto i Pcto, o meglio li ha dovuti trasferire sulle piattaforme digitali. 

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«Non sempre dall’imprenditore è stata colta la sua funzione di docente. In alcuni casi, infatti, dopo aver dato il proprio assenso al progetto, qualche titolare di azienda ha pensato di poter utilizzare gli studenti come propri dipendenti assegnando loro compiti e funzioni non sempre idonei a garantire un potenziamento delle loro competenze» scrive il prof. Franco Peretti, esperto di metodologie formative in un lucido contributo su “ilValoreItaliano”. E aggiunge: «Le direttive ministeriali hanno introdotto con l’istituto dell’alternanza scuola-lavoro il progetto, inteso come descrizione analitica, delle fasi operative e come esplicitazione degli obiettivi da raggiungere. Il progetto deve pertanto essere utile all’apprendimento del soggetto per il quale è costruito. Ma tutto questo non sempre è stato fatto. Esistono, infatti, agli atti molti progetti “fotocopia” e, di conseguenza, progetti che non hanno tenuto conto né delle aziende per le quali sono stati realizzati, né delle caratteristiche della personalità dell’allievo, ma soprattutto non hanno tenuto conto delle sue esigenze formative».

Di sicuro dopo Udine sono tornati a far sentire la loro voce quanti chiedono l’abolizione dei Pcto o un ripensamento profondo della formula che presiede all’incontro, o presunto tale, tra mondo della scuola e mondo del lavoro. Dice Scuotto: «L’orientamento resta utile, non c’è alcun dubbio, ma bisogna chiedersi quanti dei giovani studenti che hanno frequentato i Pcto abbiano poi trovato un’opportunità di carattere occupazionale, magari nelle aziende dei loro stage. Statistiche ufficiali non ci sono ma il paradosso è che oggi, anche nell’edilizia, ci sono imprenditori che non possono avviare lavori già acquisiti perché non trovano il personale necessario. Preferiscono stare fermi. A questo punto sarebbe opportuno iniziare a prevedere l’alternanza scuola-lavoro sin dalla scuola primaria, rendendo obbligatorio l’orientamento come avviene in Germania già in questa fascia di scolarità».

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L’alternativa sono gli Its, gli Istituti tecnici superiori che, essi sì, formano gli studenti ad attività per le quali c’è già la disponibilità a monte delle aziende ad assumerli (il placement è vicino al 90 per cento). Ma i numeri sono ancora troppo modesti (qualche decina di migliaia in Italia, con la Campania ben piazzata, contro le centinaia di migliaia dei soliti tedeschi) perché si possa pensare ad una svolta. Molto dipenderà dall’utilizzo delle risorse previste dal Pnrr che, non a caso, a questo ramo della formazione dei giovani in chiave lavoro dedica particolare attenzione. E le indicazioni che arrivano dai bandi sembrano incoraggianti: il 14 febbraio scadrà il prossimo, che prevede fondi per sette settori formativi. E per molti sarà quella la chiave giusta per capire se si può davvero voltare pagina.
 

Ultimo aggiornamento: 17:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA