Un'Europa troppo divisa verso il voto

di Giuseppe Vegas
Sabato 24 Febbraio 2024, 23:00 - Ultimo agg. 25 Febbraio, 07:00
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Chiusa una legislatura europea, se ne apre un’altra. Ci lasciamo alle spalle un periodo difficile segnato da una pandemia e due guerre. L’Europa si è dimostrata pronta ad affrontare le emergenze. Con inusitata celerità nelle decisioni, almeno rispetto al passato: è accaduto in risposta alla crisi sanitaria e, soprattutto, nella reazione alla crisi ucraina. Ci sono state innovazioni quasi rivoluzionarie nelle politiche: la messa a fattor comune del debito, in occasione del varo del programma Next Generation Ue, recepito da noi con il Pnrr, e il congelamento, in vista della attesa riforma, del Patto di stabilità e di crescita, quello che fissava i limiti al debito e al deficit pubblico dei paesi dell’Unione. Ci si è poi però arenati di fronte all’evoluzione del conflitto in medioriente.

Nei fatti, in questi anni la gestione della comunità europea si è mostrata più dinamica ed efficiente, quasi decisionista, rispetto all’incedere lento del passato e del parlamento. Ma l’attivismo personale non basta per risolvere i problemi di fondo. A cominciare dalla scelta se mantenere la struttura politica attuale, oppure procedere verso un maggiore livello di integrazione. Molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare.  

Ursula von der Lyen ha dichiarato la sua disponibilità ad un secondo mandato quale presidente della Commissione Europea, con l’intenzione di proseguire nella strada intrapresa. Il risultato delle elezioni di giugno ci dirà se si tratta di una strada percorribile. Possiamo comunque provare a redigere un sommario elenco delle principali sfide che dovrà affrontare il prossimo governo dell’Unione.

Il primo tema è certamente quello della sicurezza. Da anni si discute se la formazione di un vero esercito europeo possa rappresentare o meno il punto di svolta della nuova Europa, tanto più in una fase tempestosa come l’attuale. Ciò nonostante il progetto non procede. A causa delle resistenze di quanti temono che costituisca un passo in avanti azzardato verso l’integrazione, che andrebbe quasi automaticamente a mutare la pelle dell’attuale modello istituzionale. Evoluzione che ostacolano tutti coloro che sono legati ad un malinteso concetto di sovranità nazionale. Ma non mancano anche i pacifisti dialoganti: tutti quelli che temono che rafforzare troppo gli strumenti di difesa sia la via per far deflagrare un più vasto conflitto, dimentichi di ciò che accadde al Belgio agli inizi della seconda guerra mondiale. Il tutto in un nuovo quadro geopolitico, in cui appare con evidenza che gli Stati Uniti non hanno più intenzione di fornire, a spese loro e con i loro ragazzi, un “ombrello” difensivo agli europei. Non si dovrebbe invece sottovalutare il fatto che una difesa unificata, grazie alle razionalizzazioni e alle economie di scala, potrebbe consentire, oltre ad una maggiore efficienza, una robusta riduzione della spesa di ogni Stato membro.

Se si guarda poi ai temi più strettamente economici, non si può fare a meno di rilevare un’antinomia tra i grandi principi fondativi della comunità e la loro applicazione concreta.

L’Unione era nata con l’aspirazione di fare dell’Europa il più grande e dinamico mercato del mondo. A tal fine, era indispensabile garantire ai Paesi partecipanti la costruzione di una realtà transnazionale al cui interno tutti, produttori e consumatori, godessero del massimo grado di libertà. Un sistema in cui non vi fossero ostacoli alla concorrenza e neppure ai trasferimenti di persone, beni e servizi. La realtà odierna è diversa.

Innanzitutto il principio di libertà si può declinare attraverso due corollari: da una parte, una regolamentazione semplice, che fissi i principi generali, garantisca l’autonomia dei privati e la libertà di scelta delle forme contrattuali; dall’altra, un “piano di gioco livellato”, che consenta agli operatori economici di “concorrere” tra di loro a parità di condizioni.

Orbene, se c’è un problema che ha suscitato le critiche più accese è proprio quello dell’eccesso di norme e regole. Sia per la quantità di materie disciplinate, sia per la minuzie delle imposizioni: si è arrivati persino a classificare le dimensioni di molti vegetali. In questo modo si sono andate mortificando, insieme alla libera intrapresa, anche le specificità produttive e commerciali dei singoli Stati. Con l’effetto di disperdere tutto il potenziale innovativo di un mercato di cinquecento milioni di consumatori.

Quanto alla tutela della libera concorrenza, per essere effettiva è necessario che tutte le parti in causa godano del medesimo trattamento. Il che non avviene ogni volta che le regole sono dettate in funzione di interessi particolari e non per perseguire il benessere collettivo. Basterebbero tre esempi: il mondo del lavoro, i mercati finanziari e la tassazione. Quanto al lavoro, le forme di accesso, la qualità delle tutele dei lavoratori, le tipologie di ammortizzatori sociali e i sistemi pensionistici influiscono direttamente sulla formazione dei prezzi. Le convenienze relative ad investire, a produrre o ad acquistare variano, di conseguenza, in funzione delle differenti regolamentazioni nazionali. Il che fa del sistema economico europeo un qualcosa di simile alla giubba di Arlecchino, di cui ognuno può scegliere il pezzo di stoffa del colore che più gli aggrada.

Analogamente avviene nel mercato dei capitali. Finché non prenderà corpo un vero mercato finanziario unico, in cui, insieme a regole uguali, sia assicurato il medesimo rigore nei controlli, avranno sempre la meglio i bucanieri, anche quelli che lucrano sulla scelta delle giurisdizioni più favorevoli, utilizzando l’espediente dei cosiddetti arbitraggi regolamentari. Il livello della tassazione, infine, costituisce il principale meccanismo di distruzione di un mercato concorrenziale. I soldi corrono dove le imposte sono più basse. Ma, dato che, per ovvie ragioni storiche, è improbabile riuscire ad unificare il sistema fiscale in tutt’Europa, occorrerebbe almeno andare verso aliquote omogenee per i redditi finanziari. Non sarebbe risolutivo, ma rappresenterebbe un primo passo importante. A giugno si scioglieranno molti nodi.

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