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Se viene smarrito il baricentro del riformismo

Sabato 6 Agosto 2022 di Mario Ajello

Chissà quando il progressismo italiano si libererà dalla sindrome del «nessun nemico a sinistra». E chissà quando imboccherà, al bivio tra la via di comodo del pararsi le spalle accarezzando le posizioni dei soliti «compagni di strada» post-comunisti e verdeggianti e la via più impervia della modernizzazione vera di schemi e contenuti politici, la strada più adatta a proiettarsi nel futuro. 

Le domande sorgono naturali di fronte al nascente patto che in queste ore legherà il Pd alle ali estreme di sinistra in un’alleanza solo elettorale che rischia di non essere una proposta di governo. Un’intesa che mette a repentaglio il tentativo, che pareva essere quello di Letta oltre che di Calenda, di affrancare il fronte riformista da ipoteche di sinistra o, come si dice in slang, “de sinistra” e di riportarlo sui sentieri consueti e mai rivelatisi molto fruttuosi. Quelli della creazione di un patchwork elettorale poco riconoscibile che avrà come vera sostanza la battaglia campale contro la «destra pericolosa» e in difesa della Costituzione che gli altri vorrebbero, secondo la propaganda in vigore da qui al 25 settembre ma tutta giocata più che altro sulla mostrificazione dell’avversario, vilipendere, snaturare, azzerare in nome di una concezione autoritaria della democrazia italiana. 

La sindrome del «nessun nemico a sinistra» può portare qualche eventuale giovamento a brevissimo termine nelle urne ma rende confusa la proposta politica e più arduo il posizionamento della coalizione di centrosinistra fuori dai recinti del proprio elettorato classico. Il tic o la malattia di cui sopra rischia insomma di vanificare ciò che Letta aveva giustamente detto l’altro giorno, ossia: «Calenda farà da magnete per i voti del centrodestra che passeranno nel nostro campo». Non facile, per nessun riformista, fungere da «magnete» di voti moderati o comunque di voti nuovi se il contenitore nel quale dovrebbero riversarsi è quello dei Dottor No: non quelli immaginifici come l’omonimo grande personaggio dei film di 007 (capolavori come “Licenza d’uccidere”) ma i liderini contrari ai rigassificatori, nemici giurati del nucleare e della riconsiderazione moderna di questo tipo di risorsa energetica, antagonisti rispetto ai termovalorizzatori, contrari all’allargamento della Nato e in fondo anti-occidentalisti, oppositori di Draghi, del suo governo e della sua agenda (hanno sempre votato la sfiducia all’esecutivo) e sostenitori della «decrescita felice». Non starebbero meglio con Conte e i grillini i capi e le impalpabili truppe della sinistra estrema, piuttosto che nel fronte in cui il Pd sembra mostrare con molta fatica la voglia, ma anche no, di gettare il cuore oltre l’ostacolo dei retaggi conservatori e di provare l’ebrezza di uscire dal guscio rassicurante dell’identità storica ormai sempre più difficile da rintracciare anche nei ceti tradizionalmente legati alla sinistra? 

E’ un paradosso fare un’alleanza ma mantenendo ognuno i propri programmi che bisticciano con quelli del vicino di posto e basare una piattaforma politica sull’innovazione insieme a quelli che negano quel tipo di innovazione. Questi anni, che sono quelli di Draghi e del draghismo ma soprattutto della pandemia, della guerra in Ucraina, delle conseguenze sui cittadini italiani della crisi sanitaria, economica, energetica, non possono essere considerati una parentesi. Vanno viceversa visti come uno spartiacque: tra chi si attarda nei classici schemi politico-ideologici e chi, si presume la maggior parte degli italiani, sente il bisogno di sguardi diversi e approcci nuovi, pragmatici, post-novecenteschi ed estremamente riformisti rispetto alla gestione di un Paese da ricostruire e da rilanciare. Alla luce di questo, il patto con i rossoverdi corre il pericolo di risultare passatista. E di produrre una campagna elettorale della coalizione di centrosinistra che ne contiene al suo interno almeno tre: quella totalmente draghiana di Calenda; quella alternativeggiante di Fratoianni e Bonelli; quella a mezza strada del Pd la cui sindrome del «nessuna nemico a sinistra» s’è manifestata anzitutto riaccogliendo i vecchi compagni bersanian-dalemiani nelle proprie liste mentre si è alzato un muro contro Renzi il cui coraggio modernista portò i dem nelle Europee del 2014 al boom del 39,3 per cento: il partito più votato del continente. 

Se il patto Pd-Calenda può rafforzare il baricentro riformista del partitone di sinistra, la comfort zone rossoverde del sempre uguale può pasticciare la nettezza di una scelta. I conteggi ipotetici dei seggi che la coalizione di centrosinistra guadagnerebbe con Calenda e che perderebbe senza i Verdi e i post-comunisti non tengono conto dell’evoluzione che l’intesa Pd-Azione ha impresso alla battaglia elettorale, dando al centrosinistra un’immagine e una prospettiva inedite e spiazzanti, anche elettoralmente, che il richiamo della foresta può vanificare.
 

Ultimo aggiornamento: 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA