Norme più severe ma va sconfitta la cultura del possesso

Giovedì 25 Novembre 2021 di Titti Marrone

A marzo è toccato a Ornella Pinto, uccisa a Napoli con tredici coltellate dal marito. Aprile, Vincenza Cimitile è massacrata sulle scale di casa dal fratello a Brusciano. Maggio, Ylenia Lombardo si trasforma in torcia umana per mano di un trentottenne a San Paolo Belsito e nello stesso giorno Antonietta Ficuciello è soffocata con un cuscino dal marito ad Avellino. Sempre a maggio, Maria Carmina Fontana, di Caserta, viene accoltellata a morte dal marito ad Altopascio. Luglio, Vincenza Tortora finisce sotto la lama del marito a Somma Vesuviana. A settembre Eleonora Di Vicino viene fatta a pezzi dal figlio a Pianura. Ottobre, Dora Lagreca, di Montesano sulla Marcellana, vola giù da un quarto piano e le cause della sua morte appaiono poco chiare.

Intanto la Corte di Cassazione ha condannato a 19 anni di reclusione, “per il reato di maltrattamenti aggravato dalla morte consistita nel suicidio”, Mario Perrotta, l’ex compagno di Arianna Flagiello, lanciatasi dal balcone di casa all’Arenella. Ed è una sentenza importante perché, come ben sottolinea Giovanna Cacciapuoti, l’avvocata dei familiari di Arianna, “alle percosse e alle privazioni si è affiancato il maltrattamento morale e psicologico fatto di svilimento, denigrazione, umiliazioni”.

Non solo il coltello né il fuoco, il soffocamento o lo strangolamento. Anche una reiterata, martellante persecuzione psicologica, di quelle che fanno franare la fiducia in sé stesse è una violenza che può portare alla morte. Intanto la Spoon River delle annientate per mano maschile in Italia negli ultimi undici mesi allinea storie non dissimili da quelle delle donne uccise in Campania e citate all’inizio. E riferisce di 119 vittime in undici mesi in tutto il Paese. 
Sacrosanto quindi che cinque ministre del governo preparino norme più articolate, il fermo per uomini violenti e maggiori tutele per quelle che trovano il coraggio di denunciare. Però il problema vero non sarà quello dei contenuti delle leggi, ed ha ragione la senatrice Valente quando dice che ce ne sarebbero già di efficaci. Fondamentale diventa applicarle per davvero, anche formando quelli preposti a farle rispettare.

Ma la sfida più difficile è sempre una: il quadro culturale in cui avvengono i femminicidi è quello di un mondo sigillato nell’idea del dominio maschile sulle donne come canone esclusivo nei rapporti. Anche questo è chiamato in causa dalla sentenza sulla morte di Arianna Flagiello: la pretesa di possesso elabora una pressione capace di annientare in una donna il senso di sé, fiaccandone l’identità e inducendo in lei disorientamento e prostrazione. E allora si tratta di lavorare perché avanzi una rivoluzione culturale profonda che scardini quel pregiudizio dagli uomini ma agisca anche sulle donne, cancellandone gli effetti. 

In un prezioso librino pubblicato da La nave di Teseo, “Libertà vigilata”, Elena Loewenthal spiega bene qual è il tratto di strada che le donne debbono compiere per superare il senso di subalternità che le espone al trionfo della pretesa maschile di superiorità. Lo fa parlando del “sofagate” dello scorso aprile ad Ankara, quando Ursula von der Leyen è stata lasciata in piedi ed imbarazzata si è dovuta accomodare sul divano messo a distanza dalle due uniche sedie dove Erdogan e Jean Michel s’installavano come fossero stati due troni. Loewenthal ipotizza: e se la presidente della Commissione europea avesse voltato le spalle e se ne fosse andata? Avrebbe mostrato subito – e non con la denuncia ex post poi divulgata – di non cedere alla tracotanza del maschio Erdogan che in quel momento ha fiaccato anche lei.

“Le donne sono vittime, ancora”, scrive Loewenthal. “Lo è stata anche lei, la presidente, in quel brutto momento. Ma lei, lei sì che aveva le armi per cacciar via quel ruolo infausto. Vittime lo sono anche tutte le donne che hanno subito una violenza. Fisica e non. Ma no, restare vittime non si può.” E conclude: “Se vogliamo uscire una volta per tutte dalla libertà vigilata e conquistarne un’altra piena, vera, indiscutibile, bisogna cacciare via la tentazione della vittima”. Cioè uscire da quella specie di vischiosa comfort zone che ci butta indietro, verso una subalternità che non dev’essere il nostro destino. Liberarsi da quella soggezione interiore che perfino von der Leyen deve aver provato è possibile se non dimentichiamo mai quello che siamo, che sappiamo e possiamo fare. E quanto valiamo. 

 

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