La violenza segreta delle parole

Martedì 28 Novembre 2017 di Biagio De Giovanni

Che cosa significa oggi, per un movimento politico, essere eversivo? Per definirlo tale non aspettiamoci la ripetizione della marcia su Roma del 1922 o gruppi di energumeni con i manganelli nelle strade. Non siamo più negli anni venti-trenta del Novecento di ferro e di fuoco, siamo nella società contemporanea e non ho bisogno di delinearne sommariamente i tratti per far comprendere la lontananza da quel passato. Eversione non ha più a che fare con la violenza diretta, oggi essenzialmente individuale e assente perfino nel conflitto sociale che non esiste più come tale. Ma siccome in quella parola -eversione- qualcosa di violento c’è sempre, lo dice il vocabolario che la definisce come “distruzione, abolizione”, il compito dell’analista può stare nel misurare il significato di questa parola non sull’assolutizzazione di un modello del passato, ma piuttosto sul vorticoso mutamento dei significati in società dove tutto cambia in modo accelerato. Non è un esercizio semplice, ma bisogna provarci. 
Eversivo, in una situazione democratica, è chi immagina se stesso, il movimento di cui è parte, come protagonista di una palingenesi. Il protagonista dice: opero in una situazione lontana da questo incomposto magma corruttivo che mi sta dinanzi, sono e resto solo, guardo tutti da una postazione dalla quale tutti gli “altri” sono coinvolti o nel malaffare o nel traffico di influenze o nel voto di scambio o addirittura nella mafiosità del potere. Tutto questo va superato, distrutto, e per poterlo fare io devo essere solo, non posso riconoscere nulla di diverso da me, al diverso da me è appiccicato il male di quelle cose. 

Questa visione del mondo non può non pesare nel linguaggio e nella drammatica semplificazione delle parole attraverso le quali esso si forma. Ogni visione palingenetica, di liberazione di una società dal male, parla per affermazioni secche e nude, non con la ragionevolezza anche aspra di una argomentazione, non c’è spazio per questo, ma per suoni, gridi –talvolta solo nascosti da chi ha un po’ più di buona educazione e cerca di presentarsi in pubblico in giacca e cravatta- che devono render visibile il rifiuto di poter essere contaminati da quel male. La situazione ideale è offerta dalle nuove forme della comunicazione, nelle quali, espandendosi oltre ogni dire l’impossibilità di un controllo dell’affermazione che si fa o dell’attacco che si rivolge a qualcuno, tutto passa con la velocità della luce, una velocità diretta e fulminante non “rappresentata” dalla lampadina, nella testa dei molti affezionali, tutti lì in attesa. Eversiva può diventare, sta diventando un’opinione pubblica che si forma così, con questi canoni, con la “violenza” di una sola parola che vale metaforicamente, s’intende, un colpo di pistola. L’avversario o il tema sollevato è nella polvere trafitto dalle frecce della parola violenta e con lui tutto ciò che egli, magari, “rappresenta”.
Ecco un’altra parola chiave dell’eversione contemporanea, rappresentanza, rappresentazione, parole solidamente insediate nel ritmo e nelle cadenze della democrazia moderna, senza le quali essa è senza volto, senza forma. Ebbene, la parola va rigettata, fa parte della visione corruttiva di un parlamento su cui si deve abbattere la palingenesi da cui tutto nasce, e che dunque è utilizzato essenzialmente come camera di risonanza di ciò che vive al di fuori di esso. La democrazia è diretta, non rappresentativa, il che contrasta con la lettera e lo spirito della costituzione dove titolarità ed esercizio del potere sono nettamente distinti, ad evitare il primitivismo democratico di cui parlava Giovanni Sartori. Ma poi si scopre, in certi casi, che questa democrazia diretta ha un suo percorso tutto particolare, e che dietro di essa non c’è un popolo, ma un blog. E, sempre in certi casi, anche qualcosa che incarna una associazione privata di comunicazione. Da tutto questo sgorga la nuova democrazia, quella palingenetica, che deve togliere il male dalla politica e possibilmente dalla storia e dall’animo umano. L’effetto eversivo non è tanto e solo nel comportamento delle élites che pure questo tipo di movimento non può non riconoscere, ma nell’effetto moliplicatore che questo atteggiamento ha su grandi masse che nel frattempo hanno perduto le loro mediazioni politiche. Certo, questa perdita indica che molto nella democrazia rappresentativa funziona tutt’altro che bene, ma eversore, “distruttore”, è chi la assedia dall’esterno (salvo a partecipare regolarmente alle elezioni, ma questo è altro problema che anche nel passato prima ricordato si verificò), come magari qualche volta ha provato ad assediare materialmente il parlamento, quella banda di corrotti che lo abita.
Ma c’è dell’altro. In questo quadro non esiste più lo spazio pubblico del dialogo ragionevole, anzi non esiste più affatto lo spazio pubblico come tale. Solo parole, parole; notizie, notizie senza controllo, le famose “false notizie”; insulti, insulti affollano la non-spazialità della comunicazione. Ci sono movimenti che fanno di tutte queste cose la loro bandiera, che hanno nel loro Dna la maggior parte delle cose indicate, in un intreccio abbastanza perverso. Questi movimenti io li chiamo eversivi. E per fare un riferimento italiano li chiamo “diciannovisti”, se pure con esiti che, ovviamente, non saranno uguali a quelli di quel tempo passato. E aggiungo che non c’è difetto grave o vera e propria crisi della democrazia rappresentativa, dato indubitabilmente attuale, che può far giudicare, come un antidoto e una risposta, un siffatto magma politico che si muove oggi in alcune società e che nella nostra rischia di diventare maggioranza, con quale futuro per l’Italia lo lascio immaginare: vivendo, il movimento, sull’assenza di ogni programma, e rigettando palingeneticamente ogni compatibilità economica. Eversione, insomma, è concetto storicamente determinato e non ho bisogno di ricordare questo agli storici. 
Tutto questo, per rispondere, con cenni sommari, a un editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera di qualche giorno fa, già commentato criticamente sul nostro giornale da Massimo Adinolfi. Gli articoli di questo storico sono sempre stimolanti per la nettezza che spesso li distingue, e che questa volta raggiunge per davvero un massimo. Forse stiamo praticando un piccolo, raro esempio di dibattito pubblico. 

Ultimo aggiornamento: 23:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA