Vivi al Sud? Tagliati i diritti sociali
Spunta la «variabile razzista»

Giovedì 14 Giugno 2018 di Marco Esposito
Il ministro per gli Affari Regionali Erika 
Stefani incontra il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana
Si chiama «effetto regionale». O anche «variabile dummy», cioè fantoccio. Tradotto in chiaro è qualcosa di molto simile al razzismo: se sei campano, calabrese o del Sud ti spettano meno servizi sociali, senza alcuna giustificazione plausibile se non, appunto, vivere in un territorio piuttosto che un altro. La discriminazione territoriale è entrata, per ora, nella formula per calcolare i fabbisogni standard comunali dei servizi sociali e ha cambiato il riparto di una torta di 4,7 miliardi di euro. Ma il meccanismo di discriminazione da residenza, una volta rodato, può diffondersi pericolosamente in tutti i riparti regionali e cambiare le carte in tavola in vista dell’autonomia differenziata, con Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna in prima fila per ottenere più poteri e soprattutto più risorse con un conteggio basato sui costi standard.  
LE REGIONI
I sorrisi e gli abbracci tra la ministra vicentina degli Affari regionali Erika Stefani e i governatore del Veneto Luca Zaia (incontrato mercoledì) e della Lombardia Attilio Fontana (incontrato ieri) sono lì a dimostrare la chiara direzione di marcia. Un percorso pericoloso per il Sud perché non sono mai stati definiti i livelli essenziali delle prestazioni, che la Costituzione garantisce in tutti i territori, e perché nelle formule del federalismo sono presenti trappole per i diritti civili e sociali delle aree deboli. Il federalismo è così contorto che lo stesso Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ritiene che ci siano «pochi cultori della materia che riescano a essere patroni di quello che è accaduto negli ultimi dieci anni».
Attualmente è in corso la procedura per rivedere i fabbisogni per il 2019. I Comuni stanno rispondendo ai questionari e a fine mese dovranno essere disponibili i dati. Nel frattempo si sta discutendo di come aggiornare i criteri e tra i punti in ballo nella Commissione tecnica fabbisogni standard c’è la «sterilizzazione degli effetti regionali» per la spesa sociale. I lavori si sono interrotti perché il presidente, Luigi Marattin, dal 4 marzo deputato del Pd, si è dimesso una volta formato il governo e si è in attesa della nomina da parte del premier Giuseppe Conte.
Gli «effetti regionali» sono una variabile di comodo (gli statistici la chiamano dummy, cioè fantoccio) utilizzata per calcolare il fabbisogno di servizi sociali ma che non ha a che fare con i veri bisogni sociali. Questa variabile dummy è stata pensata sin dal 2014 ma, vista la sua natura arbitraria, era stata «sterilizzata». Poi, nel 2017 e nel 2018 era stata applicata, in via sperimentale. E adesso appunto bisogna decidere come comportarsi nel 2019. 
Per capire come funzioni la variabile, è utile seguire la tabella in pagina, tratta da una nota consegnata nella scorsa legislatura dall’Ifel alla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Per semplicità sono riportate solo due coppie di regioni: due del Nord (Veneto ed Emilia Romagna) e due del Sud (Campania e Calabria). La prima colonna indica la somma a testa disponibile partendo dal principio che tutti sono uguali. Tutti cioè hanno a disposizione in media 63 euro di servizi comunali di carattere sociale (aiuti ai disabili, agli anziani, minori soli, tossicodipendenze, problemi di salute mentale, povertà e così via). Poi però si verifica in concreto nei territori se ci sono maggiori o minori bisogni e qui il Sud a causa della maggiore povertà si vede riconoscere qualche euro in più e sale a 66, mentre nelle due regioni del Nord si scende a 60. Poi si conta il costo dei fattori produttivi (che porta un po’ di soldi al Nord) e si verifica la quantità di servizio assicurato perché più servizi offri più aumenta la domanda (e anche qui il Nord guadagna qualcosa). 
IL FANTOCCIO
Alla fine di questi conteggi, si è tornati nella situazione di partenza di 63 pari. Ed ecco che spunta la variabile fantoccio degli effetti regionali: si considera cioè che un Comune - per il solo fatto di trovarsi in Campania o in Calabria, cioè in territori le cui Regioni offrono pochi servizi - deve dare meno servizi. E così si tolgono dal fabbisogno 18 euro (circa il 30%) al Sud e li si spostano al Nord. Una volta misurati i fabbisogni arrivano le risorse, denari che peraltro al Sud non sono neppure spesi tutti per servizi sociali, visto che rispetto a un fabbisogno riconosciuto di 45, dai municipi è erogato in media appena 32. Ma l’assenza del Lep, cioè dei livelli di servizio da garantire, impedisce allo Stato di punire i sindaci del Sud inadeguati, perché manca il punto di riferimento per definire un amministratore incapace e sostituirlo ai sensi dell’articolo 120 della Costituzione. Mai applicato perché il Sud inefficiente, in fondo, fa comodo. © RIPRODUZIONE RISERVATA