Dopo-Maritan, ora cambia il crimine

Mercoledì 28 Marzo 2018
Dopo-Maritan, ora cambia il crimine

SAN DONÀ
E' la fine di un'epoca per San Donà. Ma anche per tutto il Veneto orientale. E per la malavita veneziana. La condanna a 14 anni di reclusione di Silvano Maritan per l'omicidio di Alessandro Lovisetto mette infatti inevitabilmente in discussione i già fragili equilibri fra le bande. E se fino ad oggi un Maritan eternamente dentro e fuori dal collegio consentiva comunque al boss di mantenere legami e accordi, la condanna a 14 anni di galera lo taglia definitivamente fuori da ogni gioco.
ACCORDI CHE SALTANO
Vuol dire che possono saltare gli accordi con i camorristi e con i casalesi, ma anche con il gruppo dei mestrini e con gli ex della banda Maniero. Infatti nessuno del gruppo più stretto di Maritan ha la statura di capo. Non ce l'ha certo il nipote, Cianetto, né il fratello Lino. Entrambi sono sempre stati gregari, aiutanti di campo, ma non hanno mai brillato di luce propria. Non ce l'ha, oggi, nemmeno Tonino Guerrieri, il braccio destro e sinistro di Maritan dei vecchi tempi che all'anagrafe fa 74 anni e di sicuro non ha nessuna voglia di rimettersi in gioco senza la sponda del capo, definitivamente in galera. Quindi si chiude un'epoca e se ne apre un'altra fatta più di schegge più o meno autonome, di bande di albanesi e marocchini, casalesi e camorristi, destinate a spartirsi un territorio che resta uno dei più fiorenti per quanto riguarda lo spaccio di cocaina che è sempre stato il business principe del gruppo Maritan ma che è florido anche per l'usura e il mercato immobiliare.
LA COSTOLA DELLA CAMORRA
Del resto a San Donà già negli anni 80 si era insediata una costola della camorra e non è un mistero che pure i casalesi di Eraclea hanno tenuto un piede dentro gli affari di San Donà almeno per quanto riguarda il prestito a strozzo. Ma finora il presidente aveva tenuto tutto sotto controllo e tra San Donà e Jesolo, Eraclea e Caorle, era lui a dettare legge. Da ieri non è più così ed è un paradosso il fatto che Silvano Maritan sia stato condannato per un reato, l'unico reato, che sicuramente non aveva alcuna intenzione di commettere.
LA FIGLIA PREOCCUPATA
E questo spiega perchè alla lettura della sentenza Maritan avesse la faccia di un pugile suonato, che fatica a rendersi conto del k.o. «Sono molto preoccupata», diceva la figlia Consuelo dopo la sentenza, Lo aveva visto catatonico, incapace di reagire. Perchè qualche anno di galera Maritan lo aveva messo in conto, ma era sicuro che il Tribunale avrebbe riconosciuto la legittima difesa. E invece la Corte d'assise si è convinta che lui volesse ammazzare Lovisetto. Punto. E i dubbi che si sono insinuati nella Corte non ha senso che Maritan volesse ammazzare Lovisetto e soprattutto non ha senso che avesse messo in conto di farlo in pubblico, davanti a testimoni - sono stati risolti con lo sconto della pena, scesa dai 24 anni chiesti dalla pubblica accusa ai 14 anni e 4 mesi.
CALA IL SIPARIO
Tanto quanto basta comunque per far scendere il sipario su una vita cominciata 71 anni fa «in una frazione del Comune di San Donà di Piave, Chiesanuova, un paese di settecento abitanti in provincia di Venezia, da genitori super onesti, religiosi e contadini», come scrive nel suo libro di memorie lo stesso Maritan. Famiglia povera, ma onesta, tant'è che il padre lo avvierà a guidare le macchine agricole, visto che non aveva voglia di studiare e diventare «geometra, come volevano i miei». E invece, «un giorno, tornando a casa dal lavoro, mi fermai per una necessità ai bordi della strada: a pochi metri c'era un negozio di alimentari e mi avvicinai per acquistare dei dolciumi. Il negozio era chiuso. Appoggiai la mano sul balcone e questo si aprì. Con un balzo mi ritrovai dentro il negozio. Feci razzia. Non solo di dolciumi, perchè nei vasi di caramelle trovai anche 800-900 lire che allora erano bei soldi». Comincia così una carriera criminale che porterà Maritan addirittura a governare per un periodo la banda di Felice Maniero, quando il boss era in carcere a Fossombrone. Negli anni 80 e 90 Maritan era diventato talmente potente da attivare un canale diretto di approvvigionamento di cocaina dalla Colombia, un canale che alimentava gli affari di Maniero, costretto a comprare dal Sandonatese.
Contemporaneamente, sempre a cavallo tra gli anni 80 e 90, erano arrivati gli accordi con i camorristi di San Donà e la banda dei veneziani. Al punto che la condanna di Maritan potrebbe avere riflessi anche sugli equilibri veneziani dal momento che il presidente è sempre stato punto di riferimento anche per la banda dei cosiddetti mestrini che ora stanno tornando ad uno ad uno fuori di galera, pronti a rimettersi nel business del Tronchetto. Ma questa è un'altra storia. Che è iniziata ieri.
Maurizio Dianese
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