Quell'espressione un po' così che il cane ha imparato da noi

Mercoledì 26 Giugno 2019 di Antonio Pascale
Il termine di moda per descrivere quella caratteristica espressione dei cani, che pur adulti sembrano cuccioli bisognosi, dovrebbe essere puccioso. Sia come sia, qualunque aggettivo vogliamo usare è interessante notare che quello sguardo non è originario dei canidi, ma è un tratto acquisito successivamente grazie alla domesticazione umana. Da poco sulla prestigiosa rivista Pnas è stato pubblicato uno studio divertente e utile (evoluzione dell'anatomia del muscolo facciale nei cani). L'addomesticamento dei cani - si sostiene- ha trasformato alcuni dei loro muscoli facciali, specialmente quelli responsabili dell'espressione triste, malinconica, bisognosa di aiuto, appunto.
 
I lupi, antenati da cani, per esempio, secondo i risultati dello studio, non hanno sviluppato i suddetti muscoli, dunque si ipotizza che durante la domesticazione, noi sapiens abbiamo selezionato quei tratti e quello sguardo così simile al nostro, nel quale ci rispecchiamo e grazie al quale sviluppiamo la nostra empatia. Quello sguardo che infine definisce come unico e particolarissimo il rapporto secolare (qualcuno dirà amicizia) tra uomo e cane. È una ipotesi che troverà molti riscontri, anche intuitivi.

Prima di tutto bisogna pensare che è stata la domesticazione recente a creare, a partire da pochi ecotipi antichi, le centinaia di razze moderne che ci fanno compagnia. Questo momento di transizione, da ecopito a razze, ha anche una data precisa, e cioè la fondazione del primo gruppo cinofilo in Inghilterra, nel 1873. Quelle associazioni di cinofili, nate inizialmente per preservare le linee canine geneticamente distinte, un po' come si fa per i cavalli o per il bestiame, svilupparono in età Vittoriana delle preferenze, e cioè selezionarono caratteri che si allontanavano da quelli originari. Questo perché i cani stavano perdendo il loro antico scopo e venivano usati sempre di più per compagnia. Basti pensare al barboncino, adorabile cane buffo e peloso, che sì, il cui pelo noi ora stiriamo e pettiniamo manco fosse una star, ma all'inizio quel pelo riccio serviva a galleggiare meglio, e infatti il barboncino veniva usato per prendere la selvaggina caduta in acqua. Insomma, quegli ecotipi antichi e cioè cani da traccia, da lavoro, da riporto, cominciarono, spinti dalle associazione cinofile nell'Ottocento, a diventare cani da compagnia.

Dunque, con molta probabilità abbiamo cercato e selezionato quei tratti del viso, quei movimenti dei muscoli facciali che ci fanno dire: guarda sembra umano! Un cucciolo d'uomo. Vieni qui che ti stringo, ti coccolo, mi prendo cura di te, e quindi, di conseguenza, via con i video virali dei cani che mettono su quello sguardo da cucciolo che ci fa stringere il cuore.

Bene, è proprio questo aspetto ad essere significativo, abbiamo selezionato i cani con quello sguardo triste, forse perché spesso, rispondono, implicitamente, a quella sgradevole domanda che prima o poi, in momenti di scoramento o meno, ci facciamo: qual è lo scopo in questa vita? Siamo o non siamo massa organica, aggregati temporanei di atomi, che si muovano con tutta la frenesia del caso sulla terra, questo piccolo puntino blu? Questa sensazione, diciamo la verità, spesso ci intristisce, ci angoscia, e siccome, pur desiderandola, la risposta definitiva finora non ce l'abbiamo ci accontentiamo di una parziale: il nostro male non è assoluto e unico e irrimediabile, perché quella sofferenza la proviamo tutti, anche i cani, e infatti si vede dallo sguardo, così simile al nostro.

I cani con lo sguardo malinconico, in fondo, abbassano il nostro dolore, lo portano a una dimensione di sofferenza comune e media contro la quale ci sentiamo più capaci e più forti. C'è di più, lo sguardo da cucciolo che chiede aiuto attiva la nostra empatia e l'empatia mette in moto, a sua volta, la cultura della cura, l'arte di prendersi a cuore il nostro prossimo perché è simile a noi. Egoismo e altruismo non sono nemici, ma sono gemelli eterozigoti, facciamo del bene qui e ora perché prevediamo di incappare in sventure future e vorremmo che qualcuno ci aiutasse. Purtroppo - e di questi tempi si vede - il prossimo nostro è solo un fastidio e dunque c'è da sperare che guardando i cani ci guardiamo allo specchio e dunque come una palestra mettiamo su un sano allenamento quotidiano, così da sviluppare i muscoli dell'empatia.

Non riusciremo, temo, ad avere risposte definitive alle nostre domande, ma guardando i cani possiamo tastare con mano che siamo fatti della stessa fragile pasta, siamo soli e malinconici, uomini e cani, appunto, lo stesso sguardo: proteggiamoli, proteggiamoci. © RIPRODUZIONE RISERVATA