Caparezza: «Fedez? E' inattaccabile. Anche io ebbi problemi con la politica e mi boicottarono»

Venerdì 7 Maggio 2021 di Mattia Marzi
Caparezza: «Fedez? E' inattaccabile. Anche io ebbi problemi con la politica e mi boicottarono»

Lo avevamo lasciato quattro anni fa con il disco in cui raccontava i disagi provocati dall'acufene, di cui soffre dal 2015: «Da questa malattia non si guarisce: è un cane da guardia che abbaia in continuazione. Nel mondo della musica ne soffrono in tanti. Un consiglio? Tenete a bada i volumi», dice Caparezza. Che è evaso dalla prigione mentale in cui era ambientato Prisoner 709 e torna oggi con un album, Exuvia (Universal), in cui la muta dell'insetto è la metafora del passato da lasciarsi alle spalle: «Mi sento come il protagonista di 8½ di Fellini, regista quarantenne, tormentato e alle prese con un'opera che non conclude».

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Addirittura?
«Sì. Non a caso per il lancio ho voluto invitare i giornalisti a fare una passeggiata virtuale in una foresta virtuale, creando una piattaforma apposita (per i fan sarà online nei prossimi giorni, ndr): è la mia testa».


La sua testa?
«La rappresenta: oscura per via dei dubbi e delle perplessità. Questo album è il più sofferto della mia carriera. Dopo Prisoner 709 avrei potuto fermarmi».


Perché?
«Il fatto è che più vai avanti, più diventa difficile trovare nuovi argomenti. Ad un certo punto ho trovato nella morte la motivazione».


Scusi?
«Lo racconto ne La certa. Non è una morte che incombe o che ti sfida a giocare a scacchi, come ne Il settimo sigillo di Bergman. Piuttosto, è una voce che a livello inconscio ci spinge a vivere: Datti una mossa. Ogni brano è una riflessione sul mio passato, sul mio presente e sul mio futuro».


Ma non era lei quello che una quindicina di anni fa scalava le classifiche con tormentoni come Fuori dal tunnel, Vengo dalla luna, Vieni a ballare in Puglia?
«Che c'entra? Ora ho 47 anni. E comunque quelle canzoni restano attuali. In Vieni a ballare in Puglia parlavo di morti bianche, inquinamento ambientale e Taranto».


E Fuori dal tunnel?
Tipi che mi chiedono del tunnel, dammi una pala che me lo scavo, rappa in Canthology.
«Quando cammino per strada la gente ancora me la canticchia. Fu fraintesa, ma continua ad essere un mio manifesto: criticavo l'industria del divertimento, invece mi invitarono a fare comparsate nelle discoteche offrendomi ingaggi più alti di quelli dei tour. Nel corso della mia carriera ho rifiutato una marea di soldi. Molti di più di quelli che ho guadagnato».


È vero che ha detto no anche ai talent?
«Eccome. Più sei fuori da quei circuiti, più cercano di buttarti dentro. Per poi vantarsi di essere riusciti a portare uno come me a X Factor: non faccio parte dell'industria del divertimentificio».


Non si prende troppo sul serio? In fondo anche lei ha scheletri nell'armadio: non si ricorda di quando, negli Anni 90, si faceva chiamare Mikimix e cantava a Sanremo pezzi rap dai toni melensi?
«Lo canto in Campione dei Novanta: in confronto alla scena attuale, Mikimix era Bob Dylan. Almeno diceva qualcosa. La trap? Se mi capitasse di uscire a cena con una persona che non fa che parlare di quanti soldi ha guadagnato e di quante macchine ha, poi la depennerei dalla mia vita. Tra i giovanissimi trovo interessante ThaSupreme».


A Sanremo ci tornerebbe?
«Me lo chiedono ogni anno, da Conti ad Amadeus passando per Baglioni: ho sempre rifiutato. Non mi sento in gara con nessuno».


Il discorso di Fedez al Primo Maggio l'ha ascoltato?
«È inattaccabile. Anche io ai tempi ebbi problemi con la politica. Nel 2009 chiesi solidarietà per i lavoratori in lotta a Melfi: i politici provarono a boicottarmi».


Il tour?
«Non prima del 2022. Le date le abbiamo annunciate, nei palasport. Ora non resta che sperare che questo flagello chiamato Covid-19 scompaia».

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