«Accoglienza e integrazione
​nelle terre di don Diana»

Mercoledì 9 Dicembre 2020 di Francesco Dandolo e Michele Mosca
«Accoglienza e integrazione nelle terre di don Diana»

Nel mese scorso la Fondazione Polis della Regione Campania ha presentato in diretta streamin il nostro libro “Accoglienza e integrazione nelle terre di don Diana” (Editoriale Scientifica, Fondazione Banco di Napoli, 2020). 

Con questo volume abbiamo voluto approfondire diversi aspetti che riguardano una vasta area della provincia di Caserta soggiogata dal potere criminale, che presenta tuttavia interessanti forme di resistenza e di risposte innovative a problemi di interesse generale proposte da organizzazioni non-profit. 

Il libro contiene eccellenti e documentati contributi di docenti, ricercatori, esperti e professionisti di riconosciuto valore ed è stato scritto in occasione del venticinquesimo anniversario dell'uccisione di Don Peppe Diana, un martire dei nostri tempi, evidenziando un aspetto fino a oggi non ancora approfondito nella pur consolidata letteratura, vale a dire l'impegno spirituale e sociale del giovane sacerdote casalese a sostegno degli immigrati e nella lotta alla criminalità organizzata. Si evince nel volume che nell’analizzare la realtà don Peppe Diana ricorreva spesso a espressioni bibliche. È nota la lettera pastorale dal titolo “Per amore del mio popolo non tacerò”; ma anche quando parlava della necessità di riscatto di Casal di Principe utilizzava il termine Resurrezione. Quando poi denunciava la volenza della camorra diceva che bisognava dare a “Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. In linea con questo orientamento spirituale spiegava le sue iniziative nell’accogliere gli immigrati con la frase evangelica “Non c’era posto per loro”. Fu così che nel periodo di svolta nella storia dell’immigrazione in Italia tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta del Novecento, don Peppe si impegnò a sostegno dei giovani africani e albanesi nella parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe. Il giovane prete era consapevole di agire in un territorio complesso, carico di problemi e segnato dalla povertà economica e culturale. Le sue dure prese di posizione contro la camorra erano dettate dall’amarezza di vedere i ragazzi del suo paese strumentalizzati dai capi-clan e reclutati nelle consorterie criminali. Eppure, queste preoccupazioni non gli impedirono di avere un atteggiamento di solidarietà e simpatia umana nei confronti degli immigrati. In paese gli dicevano: «Ma come, con tutti i problemi che abbiamo ci mettiamo a pensare pure ai neri?». Ma don Peppe trattava tutte le persone come se fossero suoi parrocchiani. «Per qualcuno può sembrare una scelta pericolosa – commentava don Peppe – ma i nostri ospiti sono persone che vogliono lavorare». L’omicidio di Jerry Masslo, avvenuto nell’estate del 1989 a Villa Literno, lo aveva scosso: per questo motivo iniziò a collaborare con l’associazione che porta il nome del rifugiato sudafricano. Lo sforzo era di sottrarre i giovani immigrati dal caporalato costruendo un clima di fraternità.

L’iniziativa più importante di don Peppe fu la creazione del centro di accoglienza per venti immigrati nel cortile della sua parrocchia: aveva partecipato alla raccolta dei fondi dando vita all’associazione “Afro-italiana”, sostenuta dalla sua diocesi. Don Peppe era contento di questo aiuto che sosteneva la creazione di una rete di supporto per le persone diffondendo il senso di appartenere a una comunità. Detestava infatti la solitudine: «Ci giunge notizia che da soli ci si annoia - aveva fatto affiggere sulla porta della sua Chiesa – e vivere isolati fa male all’anima e al corpo». Soprattutto smentiva il protagonismo con cui lo si descriveva: «Non c’è bisogno di essere eroi, sono un uomo di Chiesa», aveva più volte ribadito. Era la Chiesa che poche settimane dopo la morte di don Peppe promuoveva, per volere di Giovanni Paolo II, il Sinodo sull’Africa. Ed era la Chiesa che all’indomani dell’incendio del “Ghetto” di Villa Literno si prodigava nell’assicurare pasti e posti-letto ai braccianti africani abbandonati a sé stessi. In effetti, accanto a don Peppe vi erano vari sacerdoti che, tra l’Agro aversano e il Litorale domitio, si schieravano da anni a difesa degli immigrati, nella convinzione che «insieme al male c’è anche il bene e noi dobbiamo farlo emergere». Era lo stesso orizzonte che spronava don Peppe ad andare avanti con fiducia: «Qui la gente ha la schiena diritta, c’è solo bisogno di qualche piccola certezza». Certezza che don Peppe trasmetteva con efficacia nell’accogliere gli immigrati, manifestando un atteggiamento propositivo e rispettando la dignità di ciascuno. Un insegnamento tutt’oggi di grande attualità su come vivere insieme perché, al di là della demagogia e delle facili strumentalizzazioni, l'immigrazione è una grande opportunità di crescita per il nostro Paese.

Nel volume si mette in evidenza anche la figura di Jerry Esslan Masslo, vittima innocente della criminalità, ucciso il 25 agosto 1989 nelle campagne di Villa Literno. Il suo assassinio e quello di don Peppe Diana rappresentano sacrifici di vite umane che nella loro tragicità hanno dato avvio a innovativi percorsi di accoglienza e integrazione delle persone immigrate. Nei territori analizzati si sono sperimentate forme di ospitalità il cui tratto distintivo è stato l’impegno per la realizzazione di interventi di prima accoglienza, di promozione della salute, di prevenzione dei fattori di rischio, di educazione e integrazione. Strategie che le organizzazioni non-profit hanno spesso generato grazie all’azione del volontariato, affiancando e integrando in molti casi l’azione delle istituzioni pubbliche.

Il messaggio che ne è derivato si è concretizzato nell’affrontare il fenomeno dell’immigrazione non soltanto attraverso servizi che rispondevano all’emergenza di una umanità alla deriva, ma anche con la proposta di concrete politiche e azioni che contemplavano la trasformazione sociale e demografica e ipotizzavano modelli di sviluppo centrati sull’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini.

Con questo libro abbiamo voluto confermare la nostra volontà di ricerca e divulgazione in relazione a temi che risultano assolutamente connaturati all’impegno della Fondazione Polis, che in questi anni si è ulteriormente potenziato, concretizzandosi in azioni e proposte di politiche innovative sul fronte del contrasto alle mafie e al sostegno dei familiari delle vittime innocenti. La Fondazione, riconoscendo il valore del volume, ha consegnato l’11 novembre 2020 ai due autori una targa come «riconoscimento dell'elevato valore scientifico dell'opera, i cui temi sono parte eminente della missione e dell'impegno della Fondazione Polis».

* Autori del libro “Accoglienza e integrazione nelle terre di don Diana” (Editoriale Scientifica, Fondazione Banco di Napoli, 2020)

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