Nel nome di don Peppe Diana
25 anni dopo l'omicidio

di Don Tonino Palmese *

Tra i momenti più intensi che hanno attraversato la mia vita sacerdotale c’è certamente l’incontro che ho avuto con Papa Francesco 5 anni fa. L’occasione era particolare: la celebrazione della Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie. In quella circostanza, Bergoglio volle incontrare i familiari delle vittime, compiendo un gesto particolarmente significativo: indossò la stola di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra perché aveva “osato” risvegliare le coscienze dei suoi concittadini con quello che poi sarebbe diventato il suo testamento spirituale, “Per amore del mio popolo non tacerò”.

Quel gesto di Francesco ribadì in modo definitivo il cambio di rotta della Chiesa rispetto al tema delle mafie, ponendosi in ideale continuità con l’anatema lanciato da Papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento nel mese di maggio del 1993 (“Convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio”) e con la beatificazione di don Pino Puglisi. Attendiamo ora che anche per don Peppe Diana si porti a compimento un analogo processo.

Eppure, al di là dell’essere credenti o meno, tutti possiamo affermare con vigore che il senso dell’esistenza di don Peppino è sopravvissuto ai colpi dei killer e alla prepotenza delle mafie. E in tale ottica sono illuminanti proprio le parole pronunciate da Papa Francesco pochi giorni dopo la sua elezione, durante la messa celebrata con i cardinali nella Cappella Sistina: “Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore».

Queste parole sento di rivolgerle alla memoria di Don Giuseppe Diana, martire perché anche lui, come don Puglisi, è stato ucciso “in odium fidei”. Sì, in odio verso la fede, quella fede non solo confessata con le parole ma testimoniata da Peppino come un uomo che sperimenta che più che essere credenti è importante dare valore a quanto sia bello l’essere creduti da Dio e, perché no, anche dalla propria gente.

Sono passati 25 anni da quel 19 marzo 1994. E don Peppino Diana continua ad essere creduto dalla propria gente, dal proprio popolo. Quello per amore del quale non ha taciuto.

* Presidente Fondazione Polis
Lunedì 18 Marzo 2019, 12:00
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