«Il mio libro su Giuseppe Salvia
​per non dimenticare»

Giovedì 8 Luglio 2021 di Antonio Mattone
«Il mio libro su Giuseppe Salvia per non dimenticare»

Perché scrivere un libro su Giuseppe Salvia a quarant’anni dalla sua morte? Cosa resta oggi della figura del vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso barbaramente dalla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo?

Sono le domande che mi sono posto e alle quali ho dato risposta mentre scavavo tra le carte del processo agli assassini di Salvia e tra i Registri degli eventi critici conservati nell’archivio del penitenziario napoletano, e durante le oltre ottanta interviste fatte alle persone che lo hanno conosciuto o che in qualche modo hanno avuto a che fare con lui. E subito ho compreso che c’era un vuoto che andava colmato, la vicenda di Salvia e il suo sacrificio non potevano essere dimenticati e relegati nell’oblio. Abbandonato e lasciato senza protezione in vita e dimenticato da morto, tanto che il suo funerale fu disertato dal ministro, dal sindaco e dall’arcivescovo, occorreva rendere giustizia alla sua memoria e far risaltare la figura di questo funzionario integerrimo che non si era piegato all’arroganza e alle minacce della camorra. 

Erano gli anni in cui a Napoli si combatteva la guerra criminale tra Cutolo e la Nuova famiglia, dove il carcere di Poggioreale era uno dei terreni di scontro più cruenti di quella battaglia. Avere il predominio all’interno di quella mura significava aumentare il prestigio criminale e il potere. Non dimentichiamo che il boss di Ottaviano ha costruito il suo impero del male proprio durante la sua permanenza a Poggioreale. In carcere dal settembre 1963 fino al giorno che è morto, il 17 febbraio 2021, nel corso di questo lungo periodo è uscito dalle patrie galere solo due volte, per la decorrenza termini relativa al primo omicidio commesso e quando scappò dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. In tutto circa due anni, a fronte di ben 56 stagioni in cui è stato rinchiuso in diversi istituti italiani.

E proprio a Poggioreale, attraverso la corruzione e il terrore che incuteva, riuscì ad avere dei privilegi impensabili per un detenuto. Gli episodi che ho ricostruito tramite i documenti e le testimonianze sono uno spaccato eloquente della sua condizione di privilegiato.

La porta della sua cella era sempre aperta con un carcerato al suo servizio e con alcuni agenti penitenziari che cercavano di favorirlo in tutti i modi. Un collega di Salvia ha ricordato che, appena assunto, volle fare un giro all’interno del carcere per cominciare a conoscere l’ambiente e, giunto in prossimità della cella del boss, vide che era tappezzata con fine moquette. E mentre stava per chiedere al maresciallo che lo accompagnava come era possibile che un detenuto godesse di tale condizione, la faccia del graduato fu molto eloquente: “senza proferir parola, mi disse: dottore non dica niente”. E lui niente gli chiese.

Ma quando incontrò sulla sua strada Giuseppe Salvia le cose per Cutolo cominciarono a cambiare. Il giovane vicedirettore, cresciuto con i principi cattolici e formatosi alla scuola di giurisprudenza della Federico II non poteva tollerare questo andazzo.

Tuttavia Salvia non si contrappose al boss, cercava solo di far rispettare i regolamenti. La diceria che perquisì personalmente “il professore” scatenando la sua reazione violenta non trova riscontro né nel rapporto che lo stesso Salvia redasse dopo essere stato colpito con uno schiaffo, né dalla testimonianza dello stesso Cutolo che ho potuto incontrare nel carcere di Parma il 22 luglio 2019.

Il funzionario era rigoroso e nello stesso tempo aveva una grande umanità, come emerge dai tanti racconti narrati da chi lo ha conosciuto.

Lo ricorda bene il suo amico di studi Antonio Vignola che un giorno lo incontrò casualmente all’ospedale Cardarelli. Salvia aveva una faccia rabbuiata, ma non voleva dire il motivo della sua presenza in ospedale. Solo dopo una certa insistenza si arrese e rivelò che era venuto a trovare il figlio di un detenuto. Il piccolo aveva un cancro alle ossa ed era solo, la mamma non si sapeva dove fosse. In mano aveva una scatola di cioccolatini per il bambino.

La pressione dei controlli fece spazientire Cutolo che così decise di far eliminare il boss. Bisognava far vedere la fine che faceva chi osava mettergli i bastoni tra le ruote. La sorella Rosetta, fu ambasciatrice del “professore”, come mi ha raccontato Mario Incarnato, il killer di Salvia : “ha detto mio fratello che se non si fa questo omicidio si fermano tutte le attività a Napoli e in provincia”, riferì la donna.

Furono giorni difficili quelli che seguirono per Giuseppina Salvia. Si ritrovò da sola a crescere i suoi piccoli figli, con telefonate anonime allusive che continuavano ad arrivare a casa. Si sentiva abbandonata dallo Stato che non aveva protetto il suo amato marito e in seguito non si sarebbe costituito parte civile al processo contro gli assassini del vicedirettore. Quello stesso Stato che pochi giorni dopo la morte di Salvia avrebbe inviato i suoi emissari a trattare per la liberazione di Cirillo proprio con colui che aveva emesso l’ordine di morte del funzionario.

Ci vollero ben trent’anni perché il carcere di Poggioreale fosse intitolato a Giuseppe Salvia. E può apparire inverosimile ma, a distanza di quarant’anni, ci sono ancora testimoni dell’epoca che non hanno voluto parlare. Omertà? Complicità con i criminali? Paura? Voglia di dimenticare? O scrupoli di coscienza per aver lasciato solo il vicedirettore a contrastare il potere del boss? La risposta a questi interrogativi probabilmente sta nel mezzo di tutte queste ipotesi. Ulteriori testimonianze avrebbero potuto fornire altri dettagli importanti, anche se il quadro in cui è maturato il delitto risulta ormai delineato.

Colpisce la fine ingloriosa degli autori dell’omicidio. Raffaele Cutolo, che invecchiato e senza quel piglio che caratterizzava le sue “uscite” ha finito i suoi giorni in carcere, come un sepolto vivo, senza avere il conforto dei suoi cari, mentre Mario Incarnato, che si pentì ed ebbe un consistente sconto di pena, vive sulla soglia della povertà, senza amici e con il fardello di un grande rimorso. Avevano soldi, donne, potere, considerazione e si sono ritrovati soli, poveri e con il peso di decine di omicidi sulla coscienza.

La figura di Giuseppe Salvia parla ai giovani di questo tempo, rappresenta un modello di mitezza e coraggio, di fermezza e umanità, di dedizione e passione per il proprio lavoro. E per questo con la Fondazione Polis e con i figli del vicedirettore di Poggioreale, andremo nei prossimi mesi nei licei di Napoli, per tenerne vivi la memoria e il suo esempio, un riferimento di cui c’è tanto bisogno in questo tempo contrassegnato dal pessimismo e dalla rassegnazione, mentre la camorra continua ad imperversare per le strade della Campania, con nuovi clan e metodi criminali aggiornati.

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