Lucia Annibali in Parlamento:
​«Il mio impegno contro la violenza»

Lunedì 17 Giugno 2019 di Lucia Annibali
Poco più di un anno fa ha avuto inizio la mia esperienza in Parlamento come eletta nelle fila del Partito democratico: un'occasione importante per dare continuità al lavoro fatto con il Dipartimento per le Pari Opportunità, in tema di prevenzione e contrasto della violenza di genere.

Il senso del mio impegno attuale, anche in qualità di membro della Commissione Giustizia, è quello di proseguire il cammino intrapreso nella scorsa legislatura da Parlamento e Governo attraverso il perseguimento di obiettivi precisi e concreti.

Cercando di colmare i vuoti di tutela ancora presenti nel nostro ordinamento e adoperandomi per rimuovere le cause e le condizioni che ancora determinano la violenza maschile sulle donne. In questa direzione è andata la mozione che ho presentato nel novembre scorso approvata all’unanimità dall’Aula di Montecitorio.

Negli ultimi anni molto è stato fatto: dalla ratifica della Convenzione di Istanbul al Decreto sul Femminicidio, dal Piano nazionale antiviolenza alle Linee guida per l'assistenza socio-sanitaria nei pronto soccorso, alla Legge sugli orfani di femminicidio di cui ancora purtroppo mancano i decreti attuativi.

Oggi possiamo certamente dire che il nostro Paese ha una buona legislazione in materia. Ma non basta. La battaglia non sarà vinta fino a quando avremo anche solo una donna umiliata, violata, intimidita, uccisa.

Sono i dati e la cronaca a dirci che occorre fare di più.

Questi primi mesi del 2019 sono già funestati da un numero impressionante di aggressioni, abusi sessuali e femminicidi, e in molti, troppi casi, la vittima aveva già denunciato per violenza l’uomo che poi le ha uccise, quasi sempre il partner o l’ex partner.

Queste donne non sempre sono state protette e talvolta non sono state credute, non è stato valutato in maniera adeguata il rischio che correvano.

Ma dobbiamo rifuggire da soluzioni facili e soprattutto dalla propaganda. Siamo di fronte ad un fenomeno strutturale che fonda le sue radici in una profonda e persistente disparità di potere tra uomini e donne e in un’organizzazione patriarcale della società.

Una violenza che può essere fisica, psicologica o economica. Di quest’ultima, in particolare, se ne parla poco, eppure è una delle più diffuse ed è anche quella che spesso impedisce ad una donna di lasciare un uomo violento, salvare i propri figli o rifarsi una vita.

Alla luce di tutto ciò, è evidente che la risposta delle istituzioni non può che essere articolata, fatta di politiche integrate e trasversali, costruite e condivise attraverso il dialogo tra i vari livelli di governo e l’associazionismo di riferimento. Interventi che mettano sempre al centro il dolore delle donne, dei loro figli, dei loro famigliari.

Servono azioni di sistema di natura economica, sociale ed educativa oltre che giudiziaria.

Nel cosiddetto Codice rosso, unico provvedimento messo in campo dalla maggioranza e attualmente all'esame del Senato, mancano infatti molte cose: in particolare azioni positive volte alla prevenzione e risorse finanziarie necessarie a implementare le misure previste.

La Camera ha licenziato un testo che contiene norme importanti e condivisibili come l’introduzione all’unanimità, e grazie ad una battaglia dell’opposizione, del reato di Revenge Porn, così come l’obbligo di informazione alla persona offesa dal reato sugli sviluppi del procedimento penale, prevista anche dal testo del Partito democratico, e la norma che introduce un coordinamento fra civile e penale.

Ma il provvedimento conserva delle criticità evidenziate da tutti gli auditi in Commissione e da ultimo dal Consiglio Superiore della Magistratura. Mi riferisco in particolare all’obbligo per il pubblico ministero di sentire entro 3 giorni le vittime di presunti maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali, atti persecutori e reati collegati.

Un obbligo così generalizzato ed un termine così breve e perentorio, hanno molte controindicazioni: dal rischio di vittimizzazione secondaria a problemi organizzativi per gli uffici di procura, solo per citarne alcuni.

Sia chiaro, intervenire sul codice di procedura penale al fine di velocizzare l’instaurazione del procedimento e, conseguentemente, accelerare l’eventuale adozione di provvedimenti di protezione delle vittime, non può che trovarci favorevoli, ma è importante che al Senato si riesca a migliorare il testo del provvedimento nella direzione chiesta da tutti gli operatori del settore così da renderlo sostenibile e non mera lettera morta.

Al Codice rosso è stata abbinata una proposta di legge a mia prima firma, a cui tengo molto, che modifica l’ordinamento penitenziario estendendo il catalogo dei reati per i quali l’accesso ai benefici penitenziari, per gli uomini violenti, è subordinato ad un periodo di osservazione della personalità e ad un programma di riabilitazione per prevenire la recidiva, molto elevata in questo tipo di crimini.

I dati ci dicono infatti che espiata la pena, gli autori tornano a commettere reati della stessa natura. Il trattamento intensificato cognitivo-comportamentale nei loro confronti è pertanto particolarmente necessario, poiché la tipologia di crimini che tali soggetti compiono sono caratterizzati dalla abitualità delle condotte e dalla recidiva specifica estremamente elevata e il carcere, senza programmi mirati alla riabilitazione, si rivela il più delle volte inefficace.

Non è un caso che anche i giudici della Corte costituzionale abbiano scelto di intraprendere un “viaggio” all’interno delle carceri italiane mettendo così in evidenza la funzione rieducativa della pena, così come previsto dall’Art. 27 della nostra Costituzione.

Il trattamento è entrato nel testo del governo senza risorse e dunque senza coraggio e lungimiranza, prevedendo percorsi che nella realtà probabilmente non si faranno. Lo stesso dicasi per la formazione del personale della polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia penitenziaria, misura particolarmente importante ma che rischia di rimanere lettera morta a causa della invarianza finanziaria.

Un altro aspetto trascurato dal Governo è il ruolo fondamentale dell'educazione al rispetto e al superamento degli stereotipi di genere: strumento necessario per prevenire la violenza maschile contro le donne e per disinnescare all'origine la cultura di cui essa si nutre. Un lavoro importante che va fatto partendo dalle scuole, dalle ragazze e dai ragazzi, insegnando loro l'empatia e la capacità di accogliere l'altro diverso da sé. Aiutandoli a stare nelle relazioni conflittuali e ad imparare a gestire la frustrazione delle situazioni complesse. Quello che io ritengo essere l’antidoto più potente contro la violenza.

Ed è per questo che cerco sempre di affiancare alla mia attività parlamentare le iniziative nelle scuole, che considero un momento importante e irrinunciabile del mio impegno. Così come la partecipazione a convegni e incontri come quello organizzato dalla Fondazione Polis, che ringrazio per l'invito, per oggi 17 giugno a Palazzo Santa Lucia.

Sono molto felice di esserci e di poter rendere omaggio al grande lavoro fatto da Anna Costanza Baldry in tema di contrasto alla violenza di genere. Anna, che purtroppo ci ha lasciati prematuramente, è stata una studiosa di livello internazionale, una pioniera che ha speso tutta la sua vita a fianco delle donne che subiscono violenza. Alla sua tenacia e alla sua intelligenza dobbiamo tanto.

L’esempio di Anna ci aiuta a tenere ferma la barra in un momento storico in cui nel nostro Paese, così come in molte parti del mondo, stiamo assistendo ad un arretramento politico e culturale il cui esito può essere molto pericoloso per i diritti delle donne. © RIPRODUZIONE RISERVATA