Violenza contro le donne. Stiamo davvero andando nella direzione giusta? 

di Anna Costanza Baldry*

Chi sono le vittime innocenti? Possiamo dire essere solo quelle nel contesto della criminalità organizzata, che si sono ribellati all’usura o all’estorsione o i loro familiari, o coloro che si sono trovati nel mezzo di una sparatoria per la regolazione di conti da parte di clan?

Mi viene un dubbio. Che anche la Fondazione Polis o la Regione Campania, ma anche il nostro Stato non abbia davvero compreso come la violenza contro le donne è un problema strutturale di un esercito di vittime innocenti. Quasi il 20% ci dice l’Istat. Vittime di violenza fisiche, sessuali, stalking o addirittura omicidio. Non sono innocenti queste donne? Sono state colpite e ferite o uccise quasi sempre da un uomo che conoscevano, con cui stavano insieme o avevano avuto una relazione, o con cui anche erano sposate. Questo non le rende altrettanto innocenti?

La domanda non vuole solo essere provocatoria. E’ drammaticamente vera. Ancora pensiamo che se una donna o una giovane ragazza subisce violenza all’interno della propria relazione di coppia è meno innocente di una che questa violenza non se l’è cercata. Giovani e meno giovani continuano a pensare che se una donna viene picchiata un motivo c’è: se l’è cercata, ha provocato, ha disonorato il maschio. E’ forse per questo che le donne sono ancora così poco tutelate e si sta facendo molta fatica a far comprendere che la violenza contro le donne non è un’emergenza, non richiede un intervento istituzionalizzante. Le donne non possono essere inserite alla stessa stregua delle fasce deboli che necessitano di assistenza, come i disabili, gli anziani, i malati, gli immigrati.

Le donne non sono deboli. Non hanno una malattia. Il problema è chi la violenza la agisce e perché la società la tollera e la permette, in fondo.

Il problema è che lo Stato, la società deve cambiare le sue radici sulle quali con tanta facilità e insistenza la violenza continua a crescere senza grandi declini o cambiamenti.

Ma che cosa è la violenza contro le donne? La violenza contro le donne esercitata dal partner non solo ha dimensioni epidemiche ma è anche una delle forme più gravi e diffuse di violenza, per i costi sociali e le conseguenze che comporta da un punto di vista materiale e della salute. Il recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2013) ancora una volta afferma che la violenza contro le donne rappresenta un problema di salute pubblica che globalmente colpisce circa un terzo di tutte le donne.

La violenza interpersonale nella coppia non conosce confini geografici, distinzioni di culture, di status sociale, di sesso o di età; si tratta quindi di un fe­nomeno.

Le conseguenze fisiche, psichiche sono enormi e hanno un costo individuale e sociale, stimato in oltre l'1% del PIL. Le risposte fino a oggi, e anche con il nuovo emendamento inserito nella legge di stabilità per l’istituzione in ospedale di un percorso per le donne vittime di violenza, hanno una grave carenza: non sono azioni e percorsi ove la donna si sente protagonista delle scelte prese, dei bisogni che ha, di quello che viene fatto.

Si rischia infatti che la donna, se vede davanti a sé un percorso obbligato e non scelto e costruito per l’uscita dalla violenza alle donne, rischia di non rivolgersi neanche più a quelle strutture (ospedali, polizia) che invece potrebbero aiutarla. L’istituzionalizzazione delle violenza ha questo rischio. Non si può cancellare il lavoro di 30 anni dei Centri antiviolenza che hanno quella capacità di comprendere la donna vittima di violenza e aiutarla in un percorso di uscita dalla violenza condiviso e in cui si sente protagonista. Lo prevede anche la recente Convenzione del Consiglio di Europa per il contrasto e la prevenzione contro la violenza alle donne e la violenza domestica.


Il Centro di ricerca EURES evidenzia come in Italia ogni anno vengono uccise in media 100-120 donne da parte del marito, ex marito, convivente, ex convivente, fidanzato o ex fidanzato: le donne rischiano di più di essere uccise dal proprio partner o ex che non da uno sconosciuto o un criminale. Il rischio maggiore una donna non lo trova per strada, nel così detto fuoco incrociato o dall’eventuale atto terroristico. La donna è più a rischio in casa, all’interno della propria relazione intima.

Dimenticarsi o far finta di non ricordarsi di come la violenza contro le donne trovi il suo nutrimento in tanti gesti e atteggiamenti quotidiani significa che questa è una condizione che alla fine fa comodo o che non riguarda un danno per tutta la società.

Donne picchiate, donne uccise non sono solo un danno per loro, ma per i loro figli, per quello che assorbono e quello che succede dopo. Quanti bambini e bambine rischiano di diventare dei criminali?

Se una donna o una ragazza vuole sapere se la sua relazione è a rischio, può andare sul sito www.sara-cesvis.org e compilare il questionario sull’autovalutazione del rischio ISA.



*Dipartimento di Psicologia, Seconda Università degli Studi di Napoli. Comitato Scientifico Fondazione Polis
Lunedì 21 Dicembre 2015, 15:55
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