GIUSEPPE CONTE

Aiuti di Bruxelles, Conte apre alla bicamerale ma avverte la maggioranza: «Il piano? Decide il governo»

Sabato 25 Luglio 2020 di Alberto Gentili
Aiuti di Bruxelles, Conte apre alla bicamerale ma avverte la maggioranza: «Il piano? Decide il governo»

Giuseppe Conte tira dritto. Sarà il governo e non il Parlamento a decidere priorità e cronoprogrammi per attingere ai 209 miliardi del Recovery Fund. «Le Camere», dice chi ha parlato con il premier nelle ultime ore, «hanno tutto il diritto di istituire commissioni speciali e perfino bicamerali, ma siccome i tempi sono stretti, il Parlamento avrà un ruolo di indirizzo e controllo. Non certo di gestione diretta delle risorse europee». E aggiungono a palazzo Chigi: «E' stato individuato il metodo di lavoro e si va avanti. Sarà il Comitato interministeriale per gli affari europei a redigere il Recovery plan e a interloquire con la Commissione Ue. Ma ben venga il dialogo con il Parlamento, Conte l'ha sollecitato anche tre giorni fa: se la commissione bicamerale dovesse concretizzarsi, agevolerà e renderà più efficace il confronto una volta che il governo, che ha la responsabilità di elaborare i progetti, avrà redatto il Piano nazionale».

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Una posizione che urta con la volontà del presidente della Camera Roberto Fico, di parte del Pd e di Forza Italia di voler decidere gli interventi da finanziare con i 209 miliardi in arrivo dal prossimo anno da Bruxelles. E che è fondata sul patto stretto mercoledì sera tra Conte e i capidelegazione della maggioranza Dario Franceschini, Alfonso Bonafede, Roberto Speranza e Teresa Bellanova, con il quale è stato appunto deciso che sarà il Comitato interministeriale per gli Affari europei (Ciae) a gestire la valanga di euro, tra prestiti e sussidi a fondo perduto.
Il Ciae, dettaglio da non trascurare, è presieduto dal premier che quindi avrà il pieno controllo delle operazioni: sarà lui a tenere il timone del Recovery plan. Ed è una struttura già operativa presso la presidenza del Consiglio, creata da Mario Monti nel 2012, dunque non serve alcun decreto. Ed è di fatto, come dice un esponente del governo «una sorta di Consiglio dei ministri allargato», visto che di diritto ne fanno parte il responsabile degli Esteri Luigi Di Maio, quello dell'Economia Roberto Gualtieri e degli Affari europei Enzo Amendola che ha funzioni di coordinamento. E che il Ciae è aperto, oltre ai rappresentanti di Regioni e Comuni, ai «ministri che hanno competenza nelle materie oggetto dei provvedimenti», come recita la legge istitutiva. Dunque alle riunioni della cabina di regia guidata da Conte potrà partecipare l'intero governo, in considerazione del fatto che gli interventi che verranno inseriti nel Recovery plan - da presentare entro il 15 ottobre - toccheranno tutti i settori dell'esecutivo. La parte operativa sarà poi seguita dal Comitato tecnico di valutazione (Ctv), con sede sempre a palazzo Chigi.

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VOGLIA DI BICAMERALE
Una decisione che innesca la reazione di Forza Italia. «Basta con le task force, deve essere protagonista il Parlamento», attacca Mariastella Gelmini, capogruppo forzista alla Camera, «il governo non può decidere come utilizzare 209 miliardi senza confrontarsi con le opposizioni». Più cauto il Pd che con Emanuele Fiano riconosce che deve essere «il governo a preparare il piano, ma un ruolo di indirizzo del Parlamento è indispensabile». I due partiti hanno già presentato mozioni per istituire la Bicamerale.
A surriscaldare il clima non sono solo gli appetiti sulla torta dei fondi Ue. C'è, come al solito ormai da mesi, anche il nodo del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il famoso Fondo salva Stati. Gualtieri, secondo il Sole24, l'altra sera avrebbe parlato di «tensioni di cassa se non si ricorrerà al Mes». Frase smentita dal Tesoro, ma solo nella parte relativa ai presunti problemi di liquidità. E questo perché è noto a tutti che il ministro dell'Economia, al pari del segretario del Pd Nicola Zingaretti, di Matteo Renzi e del responsabile della Salute e leader di Leu, Roberto Speranza, è favorevole al Fondo salva Stati.

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Per due ragioni. La prima: i soldi del Recovery Fund arriveranno solo a metà del prossimo anno, mentre quelli del Mes sono già disponibili. E dopo ben tre scostamenti di bilancio, per un totale di 100 miliardi con cui fronteggiare l'emergenza innescata dall'epidemia, avere nuove risorse sarebbe un toccasana. La seconda ragione: le condizionalità dei prestiti e dei sussidi europei da 209 miliardi inseriti nel Recovery Fund sono decisamente molto più stringenti di quelle del Mes: i 36 miliardi di questo Fondo vanno destinati alle «spese sanitarie dirette e indirette».
Però i 5Stelle continuano a fare muro, temendo di spaccarsi in Senato (la guerra al Mes è un'antica battaglia grillina) e di veder accorrere in soccorso del governo Forza Italia. Ed ecco lo stop del capo politico M5S Vito Crimi: «Ci sono i 209 miliardi del Recovery, il Mes non serve». Una posizione molto simile a quella di Conte che non vuole correre il rischio di innescare l'implosione dei 5Stelle, come dimostrano le parole del suo braccio destro, il sottosegretario alla Programmazione economica Mario Turco: «Abbiamo risorse già stanziate sulla Sanità, e abbiamo necessità di spenderle. Un ulteriore indebitamento è superfluo, tanto più che il nostro sistema sanitario è pronto a fronteggiare un ritorno del virus». Per il premier «indebitarsi di più» è perfino «sbagliato».
 

Ultimo aggiornamento: 10:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA