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Conte e lo spettro di una crisi estiva: il valzer dei dispetti nel governo

Mercoledì 27 Maggio 2020 di Mario Ajello
Conte e il valzer dei dispetti nel governo: avanza lo spettro di una crisi estiva

Il futuro del governo è ballerino. Come un valzer. Il valzer dei dispetti. Quello che magari tiene in piedi Conte e gli altri danzatori del governo, sfiancandoli sempre di più e indebolendoli agli occhi dei cittadini, ma li può anche far scivolare di colpo. Con un incidente parlamentare, per esempio. E tra venti giorni, l’incidentone potrebbe essere quello del voto su Salvini in aula al senato, questione Open Arms, in cui i renziani vogliono far valere il loro peso minuscolo nel Paese ma enorme a Palazzo Madama: senza i 17 voti di Italia Viva a favore dell’autorizzazione a procedere (già negata dai renziani in Giunta per le Immunità) la maggioranza di governo non c’è più. E la legislatura che si è sempre pensata blindata, non lo sarà più.

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Prepararsi alla crisi estiva e poi magari alle urne autunnali? Non è più un’ipotesi peregrina. Che si unisce alla realtà di liti e spaccature dentro il governo - parrebbe tornata in ballo pure la governance della Rai e gli strappi di Renzi si spiegherebbero anche così: vuole voce in capitolo nella scelta del nuovo amministratore delegato di Viale Mazzini se l’attuale, Salini, dovesse mollare come si va vociferando - che ormai quotidianamente si vanno sommando, e prima la burrasca sulla sfiducia al ministro Bonafede, ora l’Open Arms e la convergenza tra i due Mattei.

Per non dire di Di Maio che ancora non ha smaltito l’estromissione dalla vicenda del ritorno in Italia di Silvia Romano e deve gestire un movimento che ha perso la bussola e soffre la subalternità al Pd. O per sovrappiù le striscianti guerre rosso-gialle più Renzi per l’accaparramento delle presidenze delle commissioni parlamentari in scadenza che sono un crocevia di potere  enorme nelle dinamiche di Palazzo.

Una coalizione così sfibrata potrebbe avere serie difficoltà ad affrontare i contraccolpi della crisi economica post-Covid sulle famiglie, sulle imprese, sulla pace sociale. Tanto è vero che Salvini, che s’era tenuto cauto su questo nella fase di lockdown in cui il governo non ballava il valzer anzi era stabile e con il vento del favore popolare in poppa come non lo è più, adesso ripete: «L’esecutivo Conte cadrà tra poco». Propaganda, certo. Ma guarda caso, mentre Renzi starebbe spingendo per un passo in  avanti di Franceschini come nuovo premier, il Pd si prepara all’eventualità delle elezioni. E se fino a poco tempo fa, in vista di questa che era un’ipotesi dell’irrealtà, i big democrat, da Zingaretti a Franceschini, parlavano di Conte come «punto di riferimento di tutti i progressisti», ossia come un potenziale candidato premier in rossogiallo, ora l’entusiasmo del Pd per “Giuseppi” sembra assai attenuato. E lui lo sa. Può stare sereno, ma mai troppo, finché non noterà una disaffezione del capodelegazione dei dem al governo, cioè Franceschini, il vero uomo forte di questa fase, la navigazione dell’ex avvocato del popolo  riscopertosi un nocchiero democristianeggiante abile nel galleggiamento continuerà a fare quello che sta facendo.

Ma oltre alle insofferenze che si stanno accumulando in ambito politico - altra grana sul punto di esplodere è la questione Autostrade in cui grillini e renziani sono agli antipodi come e più di quanto non lo siano stati sul caso Bonafede - lo slabbramento della maggioranza è il sintomo evidente di quella sorta di stanchezza e di disincanto che sale dalla società nei confronti di chi guida il paese in questa fase. Una sondaggista di valore, e non ce ne sono tanti, qual è Alessandra Ghisleri, propone infatti un’analisi secondo la quale il ciclo sta cambiando e il premier e il suo governo perdono consensi molto velocemente negli ultimi dieci giorni. Sarebbe in corso, secondo la studiosa di comportamenti elettorali, un rapido consumarsi della fiducia, sia nel governo che nella Lega: una situazione di pre-collasso della politica nazionale che si accompagna a segnali preoccupanti dell’opinione pubblica.
 


Sfiducia del Paese da una parte e reciproci sospetti, con valzer dei dispetti, dall’altra parte, quella del governo. Dove per Conte, che ancora non ha trovato uno stabile modus vivendi con l’ex amico Di Maio, non riesce a placare la propria diffidenza sempre più marcata nei confronti di Renzi. Il quale, come spiegano al Nazareno, un giorno sì e uno no - tra strappi e ricuciture un po’ così - cerca di fare lo sgambetto al premier, per fargli capire che senza Italia Viva l’esecutivo non regge. O per sbaglio o per calcolo (la seconda che hai detto), l’attuale governo potrebbe cadere.

Occhi puntati insomma sulla data, tra venti giorni ma non ancora fissata con precisione, in cui si svolgerà al Senato lo showdown sulla Open Arms. E in queste ore, negli uffici del centrodestra, si fanno i calcoli: l’opposizione a Palazzo Madama ha 139 voti (61 Forza Italia, 18 Fratelli d’Italia, 60 Lega) e se a queati si dovessero aggiungere nel salvataggio mdi Salvini i 17 di Italia Viva si arriverebbe a 156. Per arrivare a 161, maggioranza assoluta, quella che serve per battere la coalizione di governo, mancherebbero altri 5 voti. Facilmente rintracciabili nelle sabbie mobili del grillismo sbandato, dell’ex grillismo rancoroso, del fritto misto del Gruppo Misto. E sarebbe ribaltone. A meno che - ed ecco la sorpresa che nella Lega qualcuno non si sente di escludere - Silvio Berlusconi, notoriamente concavo e convesso su tutto e anche sul giudizio verso Conte che non disistima e con cui tramite Gianni Letta ha un canale di comunicazione, non finirebbe per dare in qualche forma più o meno mascherata  sostegno all’esecutivo. Per rientrare in gioco fuori dall’egemonia salvinista, che il Cavaliere mal sopporta, e soprattutto per evitare le urne che sarebbero la fine di Forza Italia. 

Ultimo aggiornamento: 17:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA