Emergenza Covid: l’occasione giusta per archiviare 160 anni di questione meridionale

Sabato 22 Agosto 2020 di Sergio Marotta e Andrea Patroni Griffi
Emergenza Covid: l’occasione giusta per archiviare 160 anni di questione meridionale
In 160 anni di Unità nazionale la “questione meridionale” non è stata risolta e per lunghi periodi è rimasta relegata ai margini del dibattito, fuori da una seria, coerente agenda politica. Oggi la storia ci offre un’occasione di reale cambiamento: la tragica emergenza provocata dal Covid-19 rende necessario rifondare le ragioni dello stare insieme tra le regioni del Sud e quelle del Nord.
 

Questione meridionale


Se il numero dei morti e delle persone contagiate sta a testimoniare la maggiore diffusione del virus nelle regioni più ricche del Paese, le analisi della Svimez e di diversi studiosi e ricercatori portano a individuare nel Meridione la parte del territorio che subirà gli effetti più catastrofici della crisi economica. A ciò si aggiunga la minore efficienza del servizio sanitario nelle regioni del Sud, che forse è stato ciò che ha più inciso sulla decisione governativa di estendere da subito il cosiddetto lockdown all’intero Paese senza limitarlo alle sole aree del Nord, come pure suggerito dal Comitato Tecnico Scientifico.

Dunque, l’emergenza da Covid-19 mette in luce un’inedita “questione italiana”: alla storica difficoltà di colmare il divario tra le regioni del Sud e quelle del Nord si aggiunge ora l’esigenza di dover aiutare tutto il Paese.
A tal fine l’Europa ha sospeso i rigidi vincoli del patto di stabilità e le assai più rigide e complicate regole sul divieto di aiuti di Stato alle imprese, generando così un duplice effetto: ricondurre ai singoli Stati nazionali le decisioni di spesa senza vincoli di destinazione all’interno dei rispettivi territori; permettere agli Stati nazionali di aiutare le imprese in difficoltà senza curarsi delle conseguenze di tali politiche sulla concorrenza e sulle rigide regole del mercato.

Il governo italiano ha cercato, a sua volta, di semplificare la normativa relativa all’utilizzo dei fondi europei. Lo ha fatto con l’art. 47 del cosiddetto “decreto semplificazione” garantendo la spesa dei fondi secondo un unico Programma nazionale senza vincoli di destinazione nelle aree ex obiettivo 1 (sul punto sarebbe bene che il vincolo territoriale non sia solo nel Pnr ma che sia espressamente specificato nella stessa legge di conversione) e inserendo una premialità specifica nella valutazione delle performance dei dirigenti della PA relativa agli obiettivi connessi all’accelerazione dell’utilizzazione dei fondi nazionali ed europei per gli investimenti nella coesione e nelle riforme.

La seconda norma servirebbe, almeno nelle intenzioni del governo, a incentivare l’impegno dei dirigenti delle PA, soprattutto meridionali, per procedere celermente all’impegno e alla spesa dei fondi.
Il governo ha poi inserito nel cosiddetto “decreto agosto” la decontribuzione del 30% per tutte le imprese del Sud Italia approfittando dell’allentamento dei vincoli europei per introdurre forme di fiscalità agevolata che nessun governo aveva osato introdurre per non sfidare le regole europee oggi finalmente sospese.
Si delinea così un orizzonte di grandi opportunità che, se non colte, possono portare solo a fallimenti definitivi. Il problema del Sud non è quello di accelerare un fantomatico sviluppo autopropulsivo che finora non c’è stato, ma resta quello di mettere in campo politiche attive di intervento che portino alla spesa effettiva dei fondi nel Mezzogiorno d’Italia. Non basta che vi sia, sulla carta, una specifica indicazione della quantità di fondi destinata al Sud, né è sufficiente che si attuino politiche decontributive con il presumibile scopo di attirare investimenti produttivi magari dal Nord o dall’estero.

Quando si decise nel passato di destinare per legge il 45% dei fondi alle zone obiettivo 1 la regola rimase lettera morta. Ora che il vincolo di destinazione presente nel Programma nazionale di riforma è ridotto al 34%, c’è il sospetto che i fondi una volta destinati al Mezzogiorno, vengano in realtà utilizzati in altre aree del Paese. Insomma la maggiore flessibilità prevista in termini di vincoli di destinazione territoriale delle nuove risorse può aprire la strada ad un maggior drenaggio di risorse proprio nelle regioni settentrionali, non giustificato da un reale maggiore impatto in termini di riduzione del Pil su tali territori.

L’utilizzo delle risorse che arriveranno dall’Europa con l’attuale sistema di governance può rivelarsi problematico, nella misura in cui tale sistema non ha dato prova di grande efficacia sia in termini quantitativi che qualitativi. Sotto il primo aspetto, se si verificasse la capacità di spesa effettiva nel tempo delle regioni meridionali, si accerterebbe probabilmente che questi territori non riescono ad andare oltre una determinata performance quantitativa in termini di spesa annuale. La capacità di realizzazione è sicuramente influenzata dalla complessità delle disposizioni che regolano l’utilizzo delle risorse (dalla disciplina sugli appalti pubblici a tutte le disposizioni che disegnano le modalità di definizione delle decisioni di investimento, in cui il modello “partecipativo” non ha trovato un assetto che garantisca la tempestività nell’assunzione delle decisioni pubbliche).
Sotto il secondo aspetto, gli indicatori di risultato e di impatto che misurano l’efficacia delle politiche di investimento danno conto nel tempo di una inadeguata capacità di programmazione e, soprattutto, di progettazione dei territori meridionali.

Occorre, quindi, procedere a una riflessione profonda sul modello di governance per garantire, anzitutto, un efficace coordinamento con la programmazione delle risorse già previste, che consenta di evitare pericolose “sovrapposizioni” di investimento e, soprattutto, di sfruttarne le possibili sinergie. E un nuovo modello di gestione dovrà partire dai punti di debolezza dell’attuale assetto, al fine di assicurare la necessaria continuità tra le decisioni di programmazione e la fase progettuale e realizzativa.

Il rischio vero è che, se male utilizzati, i fondi che arriveranno dall’Europa per l’emergenza Covid contribuiranno paradossalmente ad accentuare i divari interni al nostro Paese invece di risolverli. E ciò soprattutto in assenza di reali politiche attive per il Mezzogiorno che viene lasciato a se stesso nella certezza che, alla fine, sarà considerato responsabile se non riuscirà a impegnare e a spendere i fondi che arriveranno dall’Ue e si dirà, come in passato, che i meridionali non hanno saputo scegliere le proprie classi dirigenti. Le responsabilità delle classi dirigenti meridionali sono affatto evidenti se si pensa anche a silenzi e omissioni, che hanno condotto a favorire l’adozione di criteri nella ripartizione dei fondi che hanno privilegiato le zone più ricche del Paese, diversamente da quanto avrebbe richiesto un’efficace politica di coesione.

A ciò si aggiunga che in Italia vi sono state istanze di attuazione del regionalismo differenziato proprio da parte delle regioni economicamente più forti che risultano assai lontane dal modello imposto dai principi costituzionali. Istanze che, peraltro, riguardano anche il settore della sanità dove tutti i dati sulla spesa storica e sulla contabilità territoriale ci dicono che i fondi sono andati proprio verso le regioni più forti rafforzandone il sistema sanitario a scapito di quello delle regioni più deboli a partire dal “famigerato” decreto 56 del 2000 – precedente alla stessa riforma del Titolo V della Costituzione – che ha spostato la spesa sanitaria dal Sud al Nord, come già dimostrato in un vecchio studio di Piero Giarda del 2005.

Ci vorrebbe dunque un nuovo impegno per rifondare le basi dell’Unità nazionale e riproporre le ragioni di un investimento pubblico, che sappia attrarre anche capitali privati, nel settore dei servizi pubblici essenziali, nelle diverse declinazioni, in quello della sanità, dell’istruzione e della ricerca, e nel settore delle infrastrutture, ma anche banda ultralarga, reti energetiche e reti idriche, al contempo, perché ai vecchi, non colmati divari, nuovi se ne sono purtroppo aggiunti. Uno svantaggio per il Meridione, ingiusto e ormai davvero intollerabile. Spingere, o meglio, determinare finalmente le condizioni minime necessarie per lo sviluppo del Sud è l’unica possibilità per far ripartire l’Italia e favorire un nuovo sviluppo economico su basi realmente unitarie, dove i diritti di eguale cittadinanza siano effettivamente garantiti, come prescritto in Costituzione, almeno nei livelli essenziali, a tutti gli italiani ovunque residenti.

Grava sulle classi dirigenti italiane un’enorme responsabilità soprattutto verso le nuove generazioni. Come ha giustamente ricordato Mario Draghi, al Meeting Cl di Rimini, «privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza», che proprio i giovani del Sud conoscono da generazioni.
In questo quadro le classi dirigenti settentrionali e meridionali dovranno farsi veramente italiane e unitarie per sopportare il peso della responsabilità che grava sulle loro spalle. Per riprendere ancora le parole dell’ex presidente della Bce, toccherà proprio alle classi dirigenti italiane la scelta tra il fare «debito buono» per rilanciare il futuro delle giovani generazioni e aprire nuove strade allo sviluppo del Paese o sobbarcarsi un inutile «debito cattivo» che renderebbe cieco qualsiasi orizzonte per i nostri giovani costringendoli a lasciare non solo il Mezzogiorno – come avviene da tempo, e non deve più potersi ripetere – ma anche l’Italia intera, destinata altrimenti ad un triste, ineluttabile declino.

Un settentrionale come Francesco Pallante ha scritto che rischiamo di essere ancora ostaggio della “questione settentrionale” di cui si parlava alla fine del secolo scorso. Un meridionale come Amedeo Lepore ha spiegato che la “questione settentrionale” semplicemente non esiste. Paradossalmente hanno ragione entrambi e la stessa questione meridionale potrebbe finalmente non esistere più nel prossimo futuro, se davvero si comprendesse che questa volta è l’ultima chiamata per l’elaborazione di una strategia credibile per il futuro del nostro Paese.
Non resta che una ricetta che potrebbe e dovrebbe essere condivisa da tutti: tornare alla serietà della vita – e della politica – con buona pace di tutti gli individualismi, i populismi, i personalismi, i sovranismi e i giustizialismi che stanno pericolosamente minando le ragioni di fondo del nostro stare insieme, in Italia e in Europa.
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