Tensione su Conte, la Lega ora alza la posta: avviso di sfratto al premier

Martedì 21 Maggio 2019 di Marco Conti

Una maggioranza che contiene due linee non poteva non prodursi, prima o poi, in un Consiglio dei ministri in due atti. Uno pomeridiano, senza premier e pochi ministri. L'altro serale con Conte, Di Maio e Salvini, ma senza Giancarlo Giorgetti che ha preferito restare a Milano. D'altra parte, sostengono i collaboratori del sottosegretario leghista, Conte sapeva dell'assenza di Giorgetti al Consiglio dei ministri. E quindi la sfida del premier («se sono di parte me lo dica stasera in Cdm»), avviene in assenza dell'avversario che attacca il premier parlando in Piemonte - dove si vota anche per la Regione - e in Veneto - dove si annida il più alto tasso di scontento per l'alleanza con il M5S. Un attacco ribadito da Giorgetti mentre a Roma il suo leader getta acqua sul fuoco in attesa del Consiglio dei ministri serale.

Conte sfida la Lega: «Grave mettere in dubbio mia imparzialità». Resa dei conti in Cdm
 

I VICE
Una sfida che più che al cambio del premier punta diritta al cuore della maggioranza e, probabilmente, della legislatura. Proporre infatti al M5S un cambio del premier significa infatti far saltare il governo, andare subito alle elezioni con la Lega costretta a tornare nel centrodestra a trazione berlusconiana, e il M5S che deve reinventare un'alleanza - magari con il Pd - ma cambiando manico. Meglio, si ragiona nel Carroccio, fare il pieno domenica, andare ben sopra il trenta per cento e poi piegare il Movimento su alcuni temi molto cari al Nord, Tav in testa. Prima però Salvini vuol far piegare la testa al premier che fa da scudo al leader grillino. E così Conte sempre più frequentemente diventa la messa a terra di una maggioranza che scarica sul presidente del Consiglio le difficoltà a trovare una sintesi politica che il contratto di governo non prevede. La presa di distanza di Giorgetti però pesa perché giocata dentro il recinto di palazzo Chigi, segnala un rapporto molto compromesso tra presidente del Consiglio e il suo sottosegretario e dà voce a quella parte del Carroccio che vorrebbe spingere Salvini a rovesciare il tavolo.

Un clima pesante dovuto ad una campagna elettorale giocata ognuno contro l'altro, come ha confermato il consiglio dei ministri di ieri sera. Più che rispondere alle esigenze del Paese vengono usate come clavi i due presunti decreti (sicurezza-bis e famiglia) di cui si è discusso a palazzo Chigi ieri sera restando ognuno della sua e strattonando il Quirinale. Il fatto che manchino ancora pochi giorni alla fine della campagna elettorale, giocata dai due vice come un incontro di wrestling, non rassicura il presidente del Consiglio che ieri Consiglio dei ministri, trasformatosi poi in vertice di maggioranza, ha rivendicato il suo ruolo di mediazione. Un tentativo per non essere coinvolto nella campagna elettorale, subito fallito anche se era stato Conte a premere per rimettere i suoi vice intorno ad un tavolo dopo settimane di scontri.
Salvini ha tentato subito di mettere il premier in un angolo chiedendogli conto delle perplessità degli uffici legislativi del Quirinale sul sicurezza-bis scatenando un nuovo braccio di ferro stavolta non con Di Maio ma direttamente con l'inquilino di palazzo Chigi che però ha retto obbligando la Lega a dover ammettere la necessità di un rinvio nella speranza di avere un nuovo Consiglio in settimana che però sarà molto difficile ottenere.
Nel lottizzato ordine del giorno del Consiglio - con quattro punti a testa - l'articolato decreto sicurezza-bis figurava in testa, ma per Conte il testo «non sta in piedi» sotto il profilo costituzionale e del rispetto di alcuni trattati internazionali. Per la Lega la vicenda non è però chiusa e i prossimi giorni di campagna elettorale si annunciano roventi con palazzo Chigi che sarà chiamato dalla Lega a convocare un nuovo consiglio dei ministri.
Il M5S ieri sera all'offensiva leghista ha risposto issando una serie di disposizioni urgenti in materia di famiglia, raccolte in un solo articolo che non sembrano però aver ancora avuto l'avallo della Ragioneria generale dello Stato. Alla fine però la riunione notturna si è confermata come un sequela di provvedimenti da esame preliminare, aggiornamenti dell'iter e salvo intese. Poco o nulla di concreto. Il manifesto per il dopo che il pur volenteroso Conte aveva stilato in mattinata con l'ordine del giorno del Consiglio, è rimasto alla fine intrappolato nella consueta serie di veti».
 

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