ENRICO LETTA

Draghi, mal di pancia Pd: se va al Colle urne subito

Letta apre all’ipotesi Quirinale per il premier. Malumori nei Dem: ci logoriamo

Martedì 28 Dicembre 2021 di Alberto Gentili
Draghi, mal di pancia Pd: se va al Colle urne subito

Non sono tempi facili per Enrico Letta. Il Pd è in subbuglio, in pieno psicodramma a poco meno di un mese dalla decisiva partita del Quirinale. E questo perché il leader dem, al contrario di Giuseppe Conte e di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi, non è corso ad alzare un muro per tenere Mario Draghi ben distante dal Colle. E ora tra i colonnelli e i peones del Pd è scattata la corsa a stoppare - emuli di leghisti, 5stelle, forzisti, renziani - le presunte aspirazioni quirinalizie del presidente del Consiglio.

Draghi al Colle, mal di pancia Pd

 


Presunte, in quanto Draghi per la verità né si è candidato a succedere a Sergio Mattarella, né si è detto indisponibile a restare a palazzo Chigi nel caso fosse scartato per il ruolo di capo dello Stato. Il premier si è limitato a svelare una verità (evidente e per certi versi scontata) ai soci della maggioranza di unità nazionale: se questa si spaccherà nella partita decisiva del Quirinale, un istante dopo sarà finito anche il governo guidato dall'ex capo della Bce. Con il risultato di assistere all'eclissi dell'unica personalità autorevole e credibile, sulla scena nazionale e internazionale, su cui il Paese può contare. Ed è proprio questa la ragione per la quale Letta, al contrario degli altri leader, non è corso a stoppare Draghi sulla strada del Quirinale. «Meglio avere Super Mario sul Colle che non averlo affatto», dice un esponente dem vicino al segretario.

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Ma, si diceva, nel corpaccione del Pd prevale un'altra linea. Ed è quella di tenere Draghi a palazzo Chigi «perché», come dice un esponente della segreteria dem su questo punto in disaccordo con Letta, «se il premier dovesse andare al Quirinale, subito dopo si andrebbe sparati a elezioni anticipate». La spiegazione: «È evidente che Salvini con Draghi sul Colle si chiamerebbe subito fuori dal governo. E noi, questa volta, non abbiamo alcuna intenzione di fare come con Monti caricandoci sulle spalle un esecutivo tecnico-ectoplasma. Preferiremmo, piuttosto, andare a elezioni per provare a non consegnare l'Italia alla Lega e alla Meloni».
Chiarito che il Pd non crede ad un governo di unità nazionale senza Draghi, il passo successivo è provare a stanare proprio Salvini e la Meloni: «Tocca a loro battere un colpo. E devono fare due cose. La prima: dire a Berlusconi che si deve fare da parte. La seconda: scegliere insieme a noi un candidato condiviso. I nomi? La scelta migliore sarebbe Mattarella ma, visto che il bis non sembra essere nelle cose, può andare benissimo Amato: offrirebbe a Draghi le sufficienti garanzie per proseguire il suo lavoro a palazzo Chigi. Se il centrodestra non farà né l'una, né l'altra cosa sarà il caos. Il tutti contro tutti». Tant'è, che tra vedere e non vedere, già circola tra i dem e tra i 5Stelle l'idea di non far entrare i propri parlamentari in Aula quando (e se) si voterà sul Cavaliere: «A scrutinio segreto, infatti, gran parte dei grillini voterebbero per Berlusconi pur di evitare le elezioni», dice un alto esponente renziano.

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LE CONDIZIONI DI DRAGHI
Ci sono però da dire due cose. La prima: nessuno crede davvero alle elezioni anticipate, la stragrande maggioranza dei parlamentari (Fratelli d'Italia a parte) è contraria. La seconda: Draghi, al di là delle pre-condizione di un'intesa bipartisan per il Quirinale, è disposto a restare a palazzo Chigi solo a precise garanzie. La principale è quella di poter continuare a governare senza troppi inciampi ed ostacoli. Perché, come ha fatto capire durante la conferenza di fine anno, non è disposto a ingoiare (come è accaduto suo malgrado con il Superbonus del 110%) altre imposizioni dei partiti che giudica sbagliate. «Il messaggio del premier è chiaro», dice un ministro a lui molto vicino, «se volete che resti, certe cose non potrò più accettarle».

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Già, ma visto che il prossimo anno sarà di campagna elettorale (la legislatura finisce nel 2023), pure per Draghi risulterà difficile ottenere garanzie scolpite sulla pietra.

 

 

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