La Memoria e il trauma che si trasmette dai sopravvissuti ai campi di sterminio ai loro figli

Martedì 28 Gennaio 2020 di Franca Giansoldati
La Memoria e il trauma che si trasmette dai sopravvissuti ai campi di sterminio ai loro figli

L'eco a volte viene risucchiata in un buco nero. Collettivo. La storia non è uguale per tutti. L'altra faccia della medaglia è avere ancora da risolvere il trauma collettivo. Con i figli dei deportati così come quelli dei persecutori e il medesimo stigma che si trasmette di generazione in generazione. Una condanna perpetua davanti a quel baratro. Al Quirinale, ieri mattina, si sono guardate negli occhi Rosanna Bauer, figlia di una donna sopravvissuta ad Auschwitz Goti e Federica Wallbrecher, figlia, invece, di una mamma che ha lavorato per il Reich.

«Mia nonna mi ripeteva che gli ebrei tirano i morti per i capelli e li buttano giù dalle scale. Mi diceva così, ed era una cattolica. È un ricordo che fa male. Riconosco apertamente che è stato compiuto un crimine terribile. E riconosco che la colpa rimane una colpa, ed è qualcosa che non va via. I miei nonni sono cresciuti in un ambiente cattolico ma profondamente anti-giudaico. Se chiedo qualcosa a mia mamma che oggi ha più di 80 anni leggo lo spavento sul suo 



Rosanna, invece, racconta l'altra faccia della medaglia. «Mia mamma nel 1944 fu costretta ad entrare in un carro bestiame con i suoi famigliari. Furono dei delatori a denunciarli per denaro. Quel treno si fermò a Fossoli (vicino a Carpi ndr) poi arrivò a Auschwitz. Quando ero piccola lei non me ne parlava. Sono cresciuta senza nonni ma pensavo fosse normale, credevo fossero morti per cause naturali, non gasati. Solo più avanti mia mamma ha iniziato a parlarmi. I latrati dei cani, il viaggio, le urla, l'ultima volta che vide suo fratello e i miei nonni».



La memoria è qualcosa di volatile e di pesante come il piombo al tempo stesso. Alberto Sonnino, psichiatra, ha studiato il buco slabbrato che ha lasciato nella vita a vittime e persecutori, persino alle generazioni dopo. «Diventa indispensabile che anche il mondo attorno ad Auschwitz compia quel percorso che ancora oggi non è stato concluso e che consiste nel riconoscimento delle responsabilità a tutti i livelli, individuando i carnefici e i loro complici, troppo spesso nel dopoguerra aiutati a fuggire per vivere al ripari dalla giustizia». Forse è arrivato il tempo di aprire quel capitolo storico anche in Italia. Mattarella ha aperto una breccia: «In Italia, sotto il regime fascista, la persecuzione di cittadini italiani ebrei non fu, come a qualcuno ancora piace pensare, all'acqua di rose. Fu feroce e spietata».



Dice anche che tra il carnefice e la vittima non potrà esserci una «memoria condivisa» e che se «il perdono esiste e concerne la singola persona offesa, non può essere inteso come un colpo di spugna sul passato».



Che il fascismo non sia stato quel fenomeno annacquato - quasi «all'acqua di rose» - che molti vorrebbero far credere, e che coloro che braccavano gli ebrei non albergavano solo tra le fila del Reich, basterebbe avere solo un po' di pazienza e scorrere gli archivi amministrativi d'Italia e annotare, per esempio, quanti persero il lavoro da un giorno all'altro. Andando ben oltre ai numeri delle vittime deportate nei campi di sterminio.



Il fatto è che il problema ebraico caratterizza ogni passaggio italiano a partire dal sedicesimo anno del regime fascista. Mussolini evocò «il problema» per la prima volta nel febbraio del 1938, sette mesi prima delle famigerate leggi razziali. Usò parole terribili: «Gli ebrei secondo i dati statistici sono 4.400. La proporzione sarebbe di un ebreo su 1000 italiani. È chiaro che d'ora innanzi la partecipazione degli ebrei alla vita globale dello Stato dovrà essere adeguata a questo rapporto».

Ieri mattina al Quirinale il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una commovente cerimonia per il Giorno della Memoria, ha ricordato un contesto storico che andrebbe approfondito meglio, soprattutto nelle scuole, perché la realtà di quel periodo resta ancora seminascosta, quasi cristallizzata in antefatti spietati. Regolamenti accuratamente applicati da solerti funzionari ministeriali e provinciali, delatori pronti a tutti, direttive tese a sconvolgere la vita alle famiglie ebraiche. Oltre 700 studiosi buttati fuori dalle accademie, dalle università, dalle istituzioni culturali. L'università di Bologna ebbe il maggior numero di espulsioni, con 492 studenti ebrei, 50 assistenti e 11 professori ordinari, tra cui Emanuela Foà titolare della cattedra di fisica o Maurizio Pincherle di clinica pediatrica, il quale fu cacciato dal suo successore fascista, insultato e aggredito da militi.

«Era il mondo buio della Shoah» ha detto Mattarella rivolgendosi alla comunità ebraica, alle più alte istituzioni e a tanti studenti. Il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina ha annunciato l'avvio di una commissione ministeriale focalizzata ad insegnare meglio la storia. Ce ne sarebbe davvero bisogno di questi tempi visti i rigurgiti antisemiti. «Un fenomeno che non è scomparso».

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