Furbetti di Montecitorio, chi sono? Sospetti anche su deputato presentatore tv

Lunedì 10 Agosto 2020 di Diodato Pirone

Cinque deputati hanno chiesto all'Inps il bonus da 600 euro pensato dal governo per garantire liquidità ai lavoratori autonomi. Il bonus era articolato su tre mensilità, due da 600 euro (per marzo e aprile) e una da mille (per maggio) riservata però solo a coloro che nel secondo bimestre avessero registrato un calo di fatturato superiore al 33%. In totale l'aiuto governativo è ammontato a 2.200 euro.
Non si sa se i cinque deputati, che secondo indiscrezioni sarebbero tre della Lega, uno dei 5Stelle e uno di Italia Viva, abbiano incassato il bonus in parte o nella sua totalità. Si sa solo che non possono essere avvocati (la professione autonoma più presente a Montecitorio) perché il bonus ai professionisti non è stato pagato dall'Inps ma dalle casse previdenziali di categoria. Il che pare non abbia impedito a un onorevole, noto anche per la sua attività di presentatore televisivo, di chiedere l'aiuto.

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LO SCANDALO
Fatto sta che la notizia riportata ieri da Repubblica ha messo a soqquadro Montecitorio anche perché un deputato fra indennità netta e rimborsi per l'affitto e altro riceve ogni mese fra i 12 e i 13 mila euro. Anche decurtando questa cifra dai contributi al proprio partito o ad altre attività, chiedere un bonus all'Inps per un parlamentare - anche se lecito perché per i 600 euro non era stato fissato un limite di reddito con l'obiettivo si sveltire l'arrivo degli aiuti - sembra essere veramente indegno e pidocchioso.
Come minimo si tratta di una stranezza scoperta non a caso dalla direzione centrale Antifrode, anticorruzione e trasparenza dell'Inps.
La caccia a cinque furbetti - occorre ripetere che nella richiesta non c'è reato - non ha portato alla loro individuazione grazie alla protezione loro offerta dalle leggi sulla privacy. Ma per tutta la giornata la tensione è stata altissima negli ambienti politici. Anche perché nel pomeriggio si è diffusa la voce che a chiedere il bonus riservato alle partita Iva siano stati anche circa 2.000 fra consiglieri regionale e comunali e numerosi sindaci. Con le elezioni regionali alle porte panico e rabbia si sono diffusi in mezza Italia. Tanto che il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha fatto sapere che chiederà misure estreme se dovesse emergere che consiglieri regionali della sua maggioranza hanno ottenuto il bonus.
Ma l'epicentro del cratere è senza dubbio Montecitorio. In attesa che qualcuno si autodenunci o dimostri che la richiesta del bonus è stata un errore (chi ha la partita Iva quasi sempre ha un commercialista che gestisce anche la contabilità personale) la polemica è rovente.
Il leader della Lega Matteo Salvini è stato il più netto: ha denunciato la richiesta come «una vergogna» e poi ha rincarato la dose: «Chiunque siano i 5, immediata sospensione». Alza la voce anche il presidente della Camera Roberto Fico che sentenzia sui social: «È una vergogna», facendo appello ai cinque deputati perché «chiedano scusa e restituiscano quanto percepito». Per Fico si tratta di una questione di «dignità e opportunità perché i parlamentari in quanto rappresentanti del popolo hanno obblighi morali al di là di quelli giuridici».

LE REAZIONI
Innumerevoli gli interventi di esponenti di tutti i partiti unanimi nel gridare allo scandalo.
In ballo infatti c'è l'etica e l'opportunità politica, non la legge. I bonus da 600 euro sono stati introdotti dai decreti Cura Italia e Rilancio per dare una mano a lavoratori autonomi e partite Iva a marzo e aprile, indipendentemente dalle loro entrate. Verificarle, infatti, avrebbe fatto perdere tempo nell'erogazione di un aiuto ideato come rapido.
Per ottenerlo bastava una richiesta on line e i soldi sono arrivati direttamente sul conto corrente indicato (in 200.000 casi l'Iban era sbagliato). A maggio invece è stato introdotto un tetto: il bonus è andato solo a chi dimostrava di aver avuto un calo del fatturato. Così, tra marzo e aprile sono stati erogati quasi 6 miliardi. Il mese dopo si è scesi a 934 milioni. Il tetto insomma ha fatto da argine alle richieste.
Tornando ai cinque deputati va detto che anche se le loro identità venissero chieste ufficialmente, l'Inps non è tenuto a rivelarle: non c'è reato e va rispettata la privacy. Sono prestazioni legittime e non c'è alcun motivo di richiesta istituzionale che comporti un obbligo di risposta. Nel frattempo la politica condanna. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti telegrafico: «Una vera vergogna». Categorico Luigi Di Maio dei 5Stelle: «Indecente». Mentre il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni invita «ogni parlamentare a dichiarare »#Bonus Inps io no!«. In modo che i nomi emergano lo stesso, per esclusione».
 

Ultimo aggiornamento: 11 Agosto, 08:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA