Favole di Palazzo/ La solita manina “cambia-decreti” e i suoi prodigi

di Mario Ajello

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Luigi Di Maio come Big Luciano Pavarotti: «Che gelida manina... / ma il furto non m’accora / poiché v’ha preso stanza / la speranza».

La speranza, per il vicepremier grillino, è che la “manina” pronta a infilarsi in ogni atto di governo la smetta di maneggiare e di manipolare. E prima la “manina” che all’Inps aveva manomesso il Decreto Dignità facendo arrabbiare il capo M5S. 

E ora la “manina” - la stessa o un’altra? Con il guanto tecnico o con quello lumbard? - che celodurizza la pace fiscale trasformandola da light a strong nel tragitto Palazzo Chigi-Quirinale: ma magari la “manina” può evitare che lungo la strada il decreto precipiti in una delle proverbiali buche di Roma e allora ben venga la “manina”. Anzi, no: la “manina” nel gergo dei grillini è l’eufemismo per non dire manona.

E rappresenta un artiglio del “lato oscuro del potere” (altra espressione di Di Maio) e perciò non può che essere gelida (peggio che nella Bohème) quest’arma al servizio di chissà chi ma certamente distruttrice della “manovra del popolo” e del Nuovo Contratto Sociale. Colpa di Tria o di Salvini? La “manina” è comunque una “manina” ministeriale. Prima c’erano i maneggioni, nella retorica pentastellata, adesso prolificano (chiamiamoli così) i “maninoni”.
 
Ma Di Maio non sembra sospettare troppo, un po’ sì, di Salvini, anche perché la mano o manona di Matteo, quella destra cioè la più attiva e potenzialmente sospettabile, è infortunata. E gravata da un tutore. 
A meno che il vicepremier leghista si sia infortunato non facendo jogging, come si ostina a ripetere, ma intostando il decreto fiscale che per lui è un po’ frou frou, calcando troppo la penna su quel testo. Una pressione che effettivamente può produrre slogature. Magari scambiate per complotti. 
Giovedì 18 Ottobre 2018, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 18-10-2018 08:36
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