M5S, l'ira di Raggi: «Non mi faccio da parte». Il Pd punta sulla moral suasion di Beppe

Giovedì 24 Settembre 2020 di Mario Ajello

ROMA Virginia Raggi s'è impaurita. Ha chiamato Di Maio, ha parlato con Crimi. Ha chiesto se davvero il movimento la voglia scaricare come ricandidata sindaca di Roma, per puntare su un nome condiviso con il Pd per il Campidoglio nel 2021, e quelli l'hanno rassicurata: «Ma tranquilla, Virginia...». In realtà, nei 5 stelle, ai vertici del partito, come confermano anche fonti Pd, il ragionamento con Zingaretti è avviato. E si sviluppa così: Roma non può restare fuori dal mosaico delle alleanze per le Comunali dell'anno prossimo che dem e grillini vogliono condividere - parola di Di Maio - per vincere insieme a Napoli, Torino, Milano. E anche nella Capitale. Dove appunto c'è il problema Raggi, e la sua accelerazione - accettata più che sponsorizzata dai big - a riproporsi per altri cinque anni al Campidoglio, ammesso che qualcuno la voti.

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La sola ipotesi che si sia cominciato a trattare sul suo ritiro, o che si pensi di farlo a breve, ha messo la Raggi in allarme. La reazione che la sindaca ha avuto ieri è questa: «Per quanti anni Roma è stata governata dal Pd? Chi ha portato al depauperamento il Servizio giardini, io? Chi è che non ha bandito le gare né programmato interventi sul verde, io? Noi abbiamo invertito la rotta e riportato legalità e trasparenza. Quando ho detto di essere pronta a ricandidarmi l'ho fatto perché intendo continuare su questa strada, è evidente che questa è la mia visione ed è anche la visione del M5S su Roma, che intende muoversi così». Un doppio stop, impaurito, della sindaca insomma, rivolto sia ai suoi sia al Pd: io non mi ritiro e guai a voi se cercate di spostarmi. L'idea che possa essere sacrificata sull'altare dell'accordone con il Pd, spinge Virginia a scatenarsi contro il Pd: «Le altre forze politiche hanno già dato ampiamente prova di quello che sanno fare in questa città, quindi non credo ci siano margini per ragionamenti diversi se si vuole continuare nella direzione che abbiamo intrapreso, e io voglio farlo».

LO SCOMPIGLIO
Le indiscrezioni del Messaggero stanno dunque provocando scompiglio. E non solo riguardano il Piano A che sta molto a cuore al Nazareno, quello della sostituzione della candidatura Raggi con una figura che non può essere lei (Zingaretti l'ha definita «una sciagura per Roma»), ma anche un Piano B che sarebbe accettare di correre con due candidati diversi ognuno con la propria casacca di partito e poi, dopo che Virginia sarà arrivata terza al primo turno, concordare il sostegno grillino in favore del candidato dem arrivato al ballottaggio. Due piani, due operazioni, entrambe in campo e la prima già in cottura. Riuscirà la Raggi a fermarla, come per ora è decisissima a fare?
Al Nazareno si spera nella carta Grillo. Si punta su Beppe, il primo e più convinto assertore dell'accordo con i dem a tutti i livelli, nazionale e locale (al punto da digerire perfino la candidatura rosso-gialla di Ferruccio Sansa per la Regione Liguria, da lui non voluta affatto e a ragione visti gli esiti disastrosi che ha avuto). Grillo e solo lui, si ragiona nel Pd, può convincere Virginia - con cui è in ottimi rapporti e a cui ha anche dato l'endorsement per la ricandidatura: «Daje, Virgi'!» - a fare il passo indietro e a non mettere Roma, il simbolo dell'Italia, nella situazione di rappresentare l'anomalia rispetto al percorso politico che si vuole imboccare per vincere prima nelle grandi città e poi nel 2023 nelle elezioni politiche.
Al di là delle prudenze di facciata, de delle rassicurazioni pubbliche alla Raggi, anche nei 5 stelle la carta Grillo è quella ritenuta più capace di sbloccare la situazione. E Beppe, di situazioni così difficili tra alleati, ne ha sbloccate già diverse. E' l'unico in grado di parlare con tutti e di essere ascoltato da tutti nell'ambito del potere rosso-giallo. Inutile dire che anche Conte, anche se il premier dalla questione Roma si tiene ancora lontano, come se Roma non fosse la Capitale, non può che naturalmente vedere di buon occhio una candidatura non divisiva ma comune tra i due partiti della sua maggioranza per la città guida del Paese che egli rappresenta. E c'è Zingaretti, il leader romano per eccellenza, che su Roma si gioca la faccia. Non può accettare la Raggi - più il Pd con tutti i suoi municipi che il centrodestra sta facendo un'opposizione durissima a Virginia - come candidata condivisa e non può neppure lasciare Roma fuori dal quadro dell'accordone. Al Nazareno, si prega dunque in San Beppe.
 

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