Manovra, braccio di ferro sulle pensioni: cresce il fronte per le modifiche

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Chiusi nella stanza di Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno atteso le ultime picconate della giornata. Hanno ascoltato la stroncatura dell'Ufficio parlamentare di bilancio sulla nota di aggiornamento del Def («invalidabile») e il ministro Paolo Savona dire: «Se ci sfugge lo spread si dovrà cambiare manovra». Poi, alle nove di sera, sono scesi in maniche di camicia e maglietta militare in piazza Colonna. Per dire: «Ci vogliono in ginocchio, ma la manovra non cambia». Per assicurare: «Tiriamo tranquillamente e orgogliosamente avanti, non tradiamo gli italiani».
Una sortita improvvisa, quella dei due leader, scattata poco prima dell'inizio del vertice notturno sulla manovra di bilancio. Un gonfiare il petto, un mostrarsi uniti e indisponibili a fare retromarce, che ha due destinatari. Il primo è il fronte interno al governo che comincia a valutare, dopo la bocciatura dei mercati finanziari (lo spread è salito a quota 316, mai così in alto dal 2013), di Bankitalia, del Fondo monetario internazionale, della Corte dei conti etc, di cambiare i connotati alla manovra economica. Lasciando i titoli, ma riducendo le spese: meno risorse per le misure assistenziali e più investimenti per lo sviluppo. A guidarlo sono i ministri Savona, Giovanni Tria, Enzo Moavero Milanesi e i leghisti Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia, sostenuti dalla parte più ragionevole dei 5stelle che ha in Roberto Fico il suo alfiere. Con Di Maio descritto «tentennante». Esattamente come Conte.
Il secondo destinatario dell'offensiva comunicativa dei vicepremier sono i mercati finanziari. Salvini è convinto che se il governo manterrà la calma, se non precipiterà nel panico, non ci sarà bisogno di fare abiure. Al capo leghista del giudizio di Bruxelles importa poco: nella sua strategia è prevista anche la bocciatura della manovra da parte della Commissione, da usare in una campagna elettorale contro l'establishment e le élite europee. Ma l'ostacolo è lo spread: se arriva a quota 400 gli interessi andranno alle stelle e la Lega potrebbe scontare una perdita di consensi, soprattutto nel Nord e nel Nord-Est. Per questa ragione Salvini scommette: «Se arriviamo al controllo dei mercati abbiamo fatto bingo». E Di Maio si accoda: «I mercati vogliono bene all'Italia più di tanti eurotecnocrati, non siamo a rischio».
Proprio di questo si è parlato nel gabinetto di guerra convocato a palazzo Chigi. Con Salvini a fare la voce grossa, spalleggiato da Di Maio. E con Giorgetti, Tria e Conte a suggerire prudenza. La situazione nel governo si fa di ora in ora più incandescente. Un esempio: la sortita di Savona è stata accolta con rabbia dai vicepremier. Il commento: «Ma quante divisioni ha Savona?». Come dire: stia zitto, non conta nulla.
In più, a sei giorni dalla presentazione della legge di Bilancio, Garavaglia di buon mattino ha aperto a una revisione importante della manovra: «Da qui a Natale cambierà di sicuro, il punto chiave è lo sviluppo». Non solo, il viceministro dell'Economia in quota Lega, si è spinto fino a prevedere «misure per ottenere il minore impatto possibile» alla revisione della legge Fornero.
LO SCONTRO SU FORNERO
Una linea, questa, su cui è attestato anche Tria. Il ministro dell'Economia - come Savona che parla di controlli trimestrali e definisce «sperimentali» e perciò provvisori il reddito di cittadinanza e la riforma della Fornero (i due cavalli di battaglia di 5stelle e Lega, le misure che hanno portato allo sforamento dei saldi) - nel vertice è tornato a chiedere che se il prossimo anno non ci sarà la crescita promessa e i conti dovessero perciò sballare, si dovranno portare restrizioni a quota cento. Immediata, e furente, la reazione di Salvini che in nottata ha riunito gli economisti del Carroccio: «Cambiare la Fornero non è un diritto, ma un dovere. Smettila con queste cavolate». La replica di Tria: «Se lo spread va a 400 il governo farà ciò che deve fare...».
Tale è la confusione, che i 5stelle litigano poi con la Lega sulla pace fiscale: «Non deve essere un condono». Tant'è, che il decreto previsto nel consiglio dei ministri di oggi è stato rinviato in extremis a lunedì. E Di Maio, con Conte, si appellano alle «grandi aziende pubbliche» (oggi cabina di regia a palazzo Chigi). Proprio il premier introduce un elemento che lo fa inquadrare tra i trattativisti: «Rafforzeremo la manovra con un piano di investimenti». E oggi i capi di Enel, Eni, Ferrovie, Terna, Fincantieri, Cdp saranno convocati a palazzo Chigi per dare un ulteriore segnale ai mercati: non solo sussidi, ma soprattutto investimenti. Una finanza creativa che si accompagna all'idea di Salvini di lanciare un appello ai risparmiatori italiani a investire in Btp. Tipo Oro alla Patria. O quasi.
Alberto Gentili
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Mercoledì 10 Ottobre 2018, 08:34 - Ultimo aggiornamento: 10-10-2018 08:36
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