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Mattarella, l'agenda bis: «Diseguaglianze e giustizia»

Richiamo al governo: l’attività del Parlamento non va compressa. E sul Csm: i cittadini chiedono di cambiarlo

Venerdì 4 Febbraio 2022 di Mario Ajello
«Diseguaglianze e giustizia». L agenda bis di Mattarella

Il settennato bis di Mattarella - «Ma come minimo sette anni...», si ironizza nei capannelli in Transatlantico - comincia con 55 applausi, di gioia e insieme di debolezza e di impotenza, che i grandi elettori rivolgono a un discorso di 38 minuti e a un’agenda strapiena di desiderata e di indicazioni alla politica che dovrà dimostrare, dopo i pasticci e le incertezze di questi giorni «travagliati per tutti e anche per me» di essere all’altezza del presidente che si è scelta. L’entusiasmo dei peones in aula e fuori - «Sarebbe pronto perfino per l’elezione diretta ormai Mattarella e la vincerebbe con un plebiscito», osserva davanti alla buvette chiusa per evitare un cluster il democristian-berlusconiano Rotondi - è straripante: si sentono, e lo sono, i veri artefici di questo Capo dello Stato. Il quale infatti li ringrazia, loro e gli altri, insistendo sulla «centralità del Parlamento» come «massima espressione della democrazia repubblicana» e distribuisce caramelle a tutti Mattarella in un emiciclo in cui va in scena intorno al protagonista il rito liberatorio di deputati e senatori che erano sull’orlo di perdere tutto, la poltrona e la legislatura, e che sono invece riusciti a trovare alla fine un deus ex machina capace di salvare il Palazzo e chi ci sta dentro e di aprire una fase nuova in un ritorno al futuro.

E dunque, standing ovation a ripetizione (sugli infermieri, le forze dell’ordine...). Ma guai a credersi assolti visto che si è coinvolti - per dirla alla Fabrizio De André - perché il buon Mattarella, pur carezzando, non fa sconti. Nessun j’accuse alla Napolitano, ma figuriamoci. Però, democristianamente pungendo senza sferzare, Mattarella lancia un paio di avvertimenti netti e difficili da eludere: «Non possiamo permetterci né ritardi né incertezze» nella lotta contro il virus che «non è conclusa», nella campagna di vaccinazione che «ha molto ridotto i rischi ma non ci sono consentite disattenzioni» e nel programma di riforme legate al Pnrr. Insomma, «dobbiamo costruire l’Italia della post-pandemia». 

LA STRANA COPPIA

Accanto a lui c’è Fico che come sempre non si fa notare. E c’è la Casellati, con mascherina arancione, statuaria, come pietrificata dalla delusione non ancora elaborata per la mancata ascesa sul Colle. E nel bancone inferiore, quello del governo, il volto di Draghi è diverso da quello di Mattarella. Se il Capo dello Stato appare sereno nella posa e nello sguardo, il premier risulta un tantino impensierito, attraversato da un velo di malinconia che stavolta il suo tratto sempre sottilmente ironico non riesce a mascherare: e devono essere certe fibrillazioni della sua maggioranza, legate al Salvini di lotta e di governo, che non lasciano tranquillo sulla navigazione dell’esecutivo. E comunque: è qui la festa e non c’è nulla che possa rovinarla.

Letta entra in aula e i suoi gli dicono: «Come chiamarti? Enrico il Conquistatore?». «Ma figuriamoci», fa lui: «Si è raggiunto il massimo con l’elezione di Mattarella e il merito è di tutti». Berlusconi si prende il suo spicchio di soddisfazione e a un big forzista, mentre il presidente parla, manda questo messaggio in una telefonata: «Sulla giustizia, se al Quirinale fossi andato io, avrei detto proprie le stesso cose che sta dicendo Mattarella. Ma anche da Silvio Berlusconi le ho sempre dette e continuerò a dirle». La parte tosta del discorso mattarelliano, quella che lui sentiva particolarmente anche perché nel primo settennato si sarebbe forse aspettato di più su questo tema, riguarda la giustizia. «La riforma della giustizia va fatta subito. Va portata la giustizia italiana all’efficienza degli altri Paesi europei». Con tanto di riforma del Csm («Superare le logiche di appartenenza»).

E Draghi con la testa concorda, e la muove nel senso del sì, sì. Mentre il centrodestra si spella le mani in aula, alla Cartabia i colleghi ministri dicono uscendo dall’aula «ti ha dato un bel lavoro impegnativo da fare», e perfino i grillini, ma più i dimaiani che i fan di Giuseppi, sembrano convinti che basta giustizialismo forcaiolo. Conte è assente alla festa (non è un grande elettore ma abita qui accanto e qualcuno azzarda cattivisticamente: «Poi gli citofoniamo e gli raccontiamo tutto») ma è presente nei discorsi da Transatlantico: «Davvero vuol far cadere il governo in combutta con Salvini?». «Po’ esse’», taglia corto un deputato romano del Pd. E intanto mentre Mattarella parla proprio a Salvini dall’aula scrivono whatsapp tanti leghisti preoccupati del Covid suo ma eventualmente anche del proprio visto che al consiglio federale dell’altro giorno nella saletta piccola di via Bellerio con il leader erano in diversi.

«Capitano, non mollare!». «Macché, avanti sempre!», li eccita lui. Ma loro (anche Fedriga è covizzato) sono angosciati: «Io per ora sono negativo, ma il tampone veritiero sarà quello dei prossimi giorni», dice uno e non solo uno. Giorgetti, al tavolo dei ministri, è negativissimo ma ha appena visto il Capitano al Mise proprio ieri mattina. Mentre il super-salvinista Rixi, di fronte alla buvette chiusa per paura del Covid, protesta: «Ma come è possibile? Io ho fame. Nemmeno un panino?». E un collega, forse per gioco, gli dice: «Dai, sfondiamo la vetrata e entriamo. Facciamo il primo esproprio proletario leghista della storia!». Per fortuna, sono chiacchiere. 

 

FIRST LADY

Ma eccoci di nuovo in aula. E se si alza lo sguardo, si può vedere lassù nella tribuna dei super-ospiti, la First Lady, Laura Mattarella, vestita di rosso, che ascolta il discorso del papà ed è l’unica in un’aula iper-plaudente a stare con le mani ferme e attaccate alla staccionata (accanto a Giuliano Amato presumibilmente non strafelice di non essere al posto del Mattarella bis). Più che nel giubilo di un Parlamento che ha salvato la dignità, Laura è nella consapevolezza della fatica supplementare (ha tre figli e un marito) che le toccherà e che i Mattarella, lo giurano tutti loro ma chi non ama i democristiani non ci crede fino in fondo, non avevano previsto. Ma il ri-presidente parla e parla di tutto: un almanacco dell’Italia d’oggi il suo discorso.

E la parola cruciale ripetuta 18 volte, prima che i corazzieri e la vecchia Lancia Flaminia scappottata lo portano via insieme Draghi verso l’itinerario classico (Altare della Patria e arrivo al Quirinale dove ha appena ultimato il contro-trasloco), è «dignità». Dignità per combattere le morti sul lavoro, le violenze sulle donne, le diseguaglianze, le mafie, il razzismo e via così. Ogni partito ha applaudito la parte del discorso più gradito e spesso il battimani è stato pluripartisan. Meloni compresa perché non solo Mattarella nel suo ecumenismo politicissimo ha accarezzato le posizioni anti-tecnocratiche della destra (i poteri finanziari e sovranazionali che rischiano di soverchiare la democrazia) ma ha anche insistito più volte, e a ragione, sul valore dell’identità nazionale italiana. L’agenda Mattarella è pronta, ma la politica che la dovrà attuare chissà. 

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Ultimo aggiornamento: 18:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA