ENRICO LETTA

Matteo Renzi: «Letta ondivago sul Colle, così rischia l’isolamento. D’Alema statista che fallisce sempre»

Il leader di Iv: «L’area di centro con Toti può rappresentare oltre il 10% degli italiani»

Domenica 2 Gennaio 2022 di Mario Ajello
Matteo Renzi: «Letta ondivago sul Colle, così rischia l isolamento. D Alema statista che fallisce sempre»

Senatore Matteo Renzi, come valuta l’intervento di fine anno del Presidente Sergio Mattarella?
«Mi è piaciuto: credibile, come tutto il settennato del resto. Sono orgoglioso di avere nel 2021 cambiato le sorti del Paese mandando a casa Conte e provocando l’arrivo di Draghi. Allo stesso modo sono orgoglioso di aver contribuito nel 2015 alla scelta di Mattarella. Ho pagato un prezzo altissimo per queste decisioni ma tutti riconoscono che sono state scelte giuste per il bene del Paese. Le rifarei anche oggi».


Mattarella ha chiuso definitivamente al bis?  
«Non ha proprio mai aperto all’ipotesi. Chi lo conosce sa che non ha mai preso in considerazione la rielezione. Le veline sul bis provenivano da qualche suo collaboratore e da qualche parlamentare. Ma non è mai esistita questa possibilità». 


Secondo alcuni osservatori, Mattarella dicendo che serve unità e elogiando la governabilità avrebbe a modo suo tirato la volata a Draghi per il Colle. E’ così? 
«Per le stesse ragioni che lei indica, potremmo sostenere anche la tesi opposta e cioè che l’elogio della governabilità presupponga il mantenimento dell’esecutivo. Questa duplice lettura della realtà è molto pirandelliana, alla “Così è se vi pare” direi. Ma la verità è che Mattarella non è Pirandello. Ha detto una cosa chiara su ciò che è successo nel 2021 quando l’arrivo di Draghi al posto di Conte ha cambiato clima nel Paese. Ma non ha ipotecato il 2022. Un Presidente della Repubblica non interviene sulla scelta del successore. Non lo farà Mattarella, ma sono testimone del fatto che non lo ha fatto neanche Napolitano. Le istituzioni sono una cosa seria, gli uscenti non tirano la volata».


Nasce l’area di centro Renzi-Toti. Su chi punterete per il Quirinale? 
«A destra ci sono i sovranisti di Salvini e Meloni. A sinistra il Pd insegue la piazza di Landini e il populismo grillino. Ovvio dunque che ci sia uno spazio centrale, distinto e distante da questa destra e da questa sinistra. Siamo pronti a parlarne anche in Parlamento sapendo che la vera sfida è garantire che la legislatura non abbia contraccolpi dal passaggio del Quirinale e si voti regolarmente nel 2023. Ma la sfida vera, poi, è nel Paese. Per me oltre il 10 per cento degli italiani non vuole vivere sovranista e non vuole vivere grillino. Vedremo come dare rappresentanza a questo mondo». 


Berlusconi è una candidatura vera o no? E lei lo appoggerà? 
«Non entro nel totonomi. Di nomi parlerò nelle aule istituzionali. Lì si vedrà se il centrodestra ha una strategia o no. Per adesso non si capisce».


Le attribuiscono questo schema: Draghi al Colle e Franceschini premier. Verità o fantapolitica? 
«Mi attribuiscono di tutto. Non condivido l’idea che Draghi sia arrivato a Chigi per un fallimento della politica. Draghi è stato il capolavoro di una battaglia politica che Italia Viva, per prima, ha combattuto a viso aperto. Accadrà anche nel 2022. C’è chi in nome del trionfo fuori ignora che Draghi non è arrivato sospinto dall’opinione pubblica (che peraltro tifava per Conte a Chigi) ma di una coraggiosa scelta della politica. Ciò che avverrà nel 2022 non sarà figlio di decisioni di qualche boiardo di Stato ma vedrà riaffermarsi il primato della politica. Esattamente come nel 2021».

 
Letta vuole fare asse anche per il Quirinale anzitutto con Conte. Sbaglia? 
«Fatico a capire il disegno di Letta. Prima ha rotto con noi attribuendo a Italia Viva il fallimento sullo Zan che invece è stato un clamoroso autogol del nuovo Pd. Poi ha scommesso sul rapporto con la Meloni che ha risposto annunciando il voto per Berlusconi. Infine non si è accorto che Conte e Di Maio stanno litigando per capire chi sceglierà i pochi posti rimasti ai 5Stelle alle prossime elezioni. E in questa battaglia campale entrambi flirtano segretamente con Salvini lasciando Letta solo. Alla ripresa i gruppi parlamentari del Pd – composti da gente che conosce la politica – aiuteranno il segretario a uscire dall’isolamento in cui si è cacciato. Altrimenti, per la prima volta il Pd sarà ininfluente rispetto alla scelta dell’inquilino del Colle».


D’Alema sostiene che il renzismo è stata una «malattia» per il Pd. Che cosa risponde? 
«D’Alema mi ha sempre fatto la guerra da dentro e da fuori. Quando ho guidato il Pd abbiamo preso il 40 per cento, governato 17 regioni su 20 e scritto pagine importanti sui diritti, per abbassare le tasse, sul lavoro e sull’impresa con Industria 4.0. Con noi la classe operaia ha ricevuto più soldi, non solo con gli 80 euro. Per uno come D’Alema tutto ciò è una malattia. La ricetta del dottor D’Alema, chiamiamolo così, è avere il 20 per cento, stare all’opposizione in larga parte delle Regioni, fare convegni sui diritti senza approvare alcuna riforma, fare scioperi sul lavoro e scommettere su sussidi di cittadinanza. Sono due visioni opposte della vita e della politica. Se i dem di oggi pensano che il renzismo sia la malattia e D’Alema sia la cura sono contento per loro e faccio molti fervidi auguri. È il motivo per cui non sono più nel Pd: io credo nel riformismo, loro nel dalemismo». 


Molti, e non solo D’Alema, pensano che Draghi al Colle e Franco premier sarebbe una forzatura. Lo è? 
«Non vedo uno scenario del genere ma raccomando prudenza. D’Alema e il Quirinale hanno storicamente un rapporto complicato. I candidati che D’Alema appoggia vengono puntualmente bruciati dalle visioni di questo statista pugliese che ha una strategia talmente raffinata da fallire puntualmente. In tanti debbono a D’Alema la propria bocciatura: nel 2015 D’Alema appoggiava Amato, nel 2013 Marini, nel 2006 appoggiava se stesso, nel 1999 un candidato dell’allora Ppi. Chiunque sia il candidato di D’Alema perde: non è scaramanzia, ma statistica». 


Lei è stato king maker di Mattarella. Ora non crede che ci siano moltitudini di king maker - anche in coppia, per esempio i Due Mattei - ma nessuno ha il nome giusto e ci si rifugia in vaghezze del tipo: ora serve una donna?
«Quando Conte, capo del partito con più parlamentari, dice: “che bello eleggere una donna” senza fare proposte o identikit capisci che quello non è un capo e che quel partito non ha futuro. Dire “mi piacerebbe una donna al Colle” ha lo stesso valore politico di dire “non ci sono più le mezze stagioni”. O anche “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. La politica è capacità di condividere e di condizionare non ripetere frasi fatte da bar dello sport. Quanto a me, non ho l’ambizione di fare il king maker. L’ho fatto più volte in passato e dunque conosco la forza dei numeri: per cui so che non sarò io a dare le carte. Ma posso dare una mano e lo farò nell’interesse del Paese».


È giusto l’approccio del governo alla pandemia o le misure sono confuse? 
«Tutto è confuso in questi giorni ma apprezzo lo sforzo di chiarezza su terze dosi e quarantene degli ultimi giorni. Chi è vaccinato non può pagare il prezzo della follia No vax».


Dunque serve l’obbligo vaccinale? 
«Sì, non ha più senso rinviare. Peraltro la scienza ci dice che, per i vaccinati, il Covid sta diventando un malanno di stagione, si sta “raffreddorizzando”. Quindi i vaccini sono decisivi. Bisogna accelerare sulle terze dosi e seguire il modello di Israele sulle quarte». 


Il lockdown per i non vaccinati è una strada percorribile?
«Con l’estensione del super Green pass nei fatti si va in questa direzione». 


Sulla manovra economica si poteva fare di più o va bene?
«Bicchiere mezzo pieno. Ma sulle procedure istituzionali occorre più rispetto del Parlamento. Il governo Draghi ha seguito lo stesso metodo (sbagliato) del governo Conte. Il fatto di non aver cambiato ministro dei Rapporti con il Parlamento è stato un errore». 


Lei ha detto che Italia Viva a gennaio voterà Casini.
«Mi riferisco alle suppletive di Roma centro il 16 gennaio, dove voteremo il nostro Valerio Casini. Alle suppletive il Pd ha candidato una donna di sinistra radicale che diceva che “il Family Act è una legge retrograda” e voglio vedere il mondo cattolico sostenere una posizione del genere. Salvini e Meloni hanno scelto la propria candidata. Nel mezzo ci siamo noi: vedremo quanto vale Italia Viva davvero. Questo è il Casini al quale mi riferivo. Per il Quirinale, invece, niente nomi. Non ancora, almeno».
 

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